Le mille teste del nuovo coronavirus

Gennaio 1, 2022 by rubrica: Scienza e coscienza

Ovvero: come l’Idra sta avvelenando la sapienza umana

«Quinetiambellum e bello seritur,

e simulato verum,

e pusillo maximum exoritur,

neque raro solet in hisaccidere

quod de Lernaeomonstrofabulisproditum est»

Erasmo da Rotterdam

Trad.: «E poiché guerra genera guerra, da guerra finta nasce guerra vera, da guerra piccina guerra poderosa, non di rado suole accadere ciò che nel mito si racconta del mostro di Lerna»

Si narra che nella sua seconda fatica, Ercole affrontò una creatura mostruosa dotata di innumerevoli teste, di cui una sola era immortale, mentre tutte le altre si moltiplicavano ad ogni tentativo dell’eroe di tagliarle dal corpo serpentino del mostro.

Stiamo narrando dell’Idra di Lerna, la creatura leggendaria il cui alito esalava un potente veleno che uccideva gli uomini che ne respirassero in vicinanza.

L’Idra era stata allevata da Era, moglie di Zeus, con lo scopo preciso di uccidere l’eroe Ercole, figlio illegittimo del re degli dei.

Ercole superò il mostro, ma si vide negata la validità della prova, poiché sconfisse l’immonda creatura con un gioco di squadra e non in solitaria fatica.

Infatti, dopo essersi avvicinato al mostro opportunamente protetto da una “mascherina” che lo schermava dall’alito velenoso, Ercole iniziò a tagliarle teste, ma né falce, né spada né clava servivano a sconfiggere la creatura mostruosa. Fu così che Ercole chiamò in proprio aiuto l’amato Iolao, che con tecnica e astuzia piuttosto che con la forza, risolse una situazione apparentemente irrisolvibile.

Infatti, il giovane auriga e accompagnatore di Ercole, ispirato da Atena, iniziò a cauterizzare le ferite dei colli recisi dalle teste, che man mano il forzuto eroe infliggeva al mostro; e fu così che infine, la potente Idra rimase con la sola testa immortale che fu tagliata e seppellita sotto una enorme roccia.

Come un’Idra mostruosa, anche il SARS-CoV-2, produce continue nuove teste velenose, che nascono, crescono e proliferano in una rapida genealogia evoluzionistica, sotto la spinta di pressioni evolutive in parte casuali e in parte causate dalle armi messe in gioco nella lotta senza quartiere che l’umana comunità ha messo in campo.

Ma purtroppo, ad oggi ancora nessuna trasformazione del virus appare guidata con certezza da sapienti strategie umane di mitigazione o neutralizzazione del nuovo coronavirus.

Continuiamo a tagliar teste a questa novella Idra, senza aver individuato la sua testa immortale, e senza saper cauterizzare ciascuna proteiforme variante virale.

E i tagliatori di teste, forti di una insana presunzione di conoscenza, non cercano l’aiuto della sapiente Atena e non percorrono le vie indicate da Poro né i limiti segnati da Tekmor.

Della moderna Idra, invece di ricercare il Goethiano <<filo rosso comune attraverso il labirinto delle forme>> che possa condurci dritto alla sua testa immortale da seppellire e custodire lontano dall’uomo, stiamo inseguendo le molteplici e caleidoscopiche forme delle varianti, che ci attraggono e confondono come specchietti per le allodole.

Anzi, come sutubbies per coleotteri.


Nelle zone desertiche dell’Australia occidentale vivono i Julodimorpha bakevelli, praticamente degli scarabei gioiello giganti la cui femmina ha grandi elitre marroni e lucenti con fossette che da terra riflettono la luce del sole come richiamo sessuale per i più minuti maschi che le cercano con volo amoroso.

Ebbene, da quando australiani e turisti lanciano bottiglie di birra marroni (sutubbies) ai bordi delle autostrade che attraversano i loro deserti, i vetri lucidi, marroni e infossettati dei fondi di bottiglia, riflettono una luce solare che attrae irresistibilmente i coleotteri maschi, che tentano l’accoppiamento con la bottiglia piuttosto che con la femmina di specie.

Questi inusuali accoppiamenti amorosi non sono sfuggiti alla predatrice formica Iridomyrmex discors, che si nutre del coleottero e che ha rapidamente imparato ad aspettare nascosta dietro il vetro di birra, il maschio che scende accecato d’amore con il proprio pene dispiegato.

Né le femmine della propria specie, né il sole cocente che li disidrata fino alla morte, né le fameliche formiche che iniziano il proprio furbesco banchetto proprio dal pene del coleottero, riescono a distogliere lo stolto scarabeo maschio dalla bottiglia di birra.

A salvare Julodimorpha bakevelli è dovuta intervenite una legge umana, che in Australia ha infine vietato l’utilizzo di vetri marroni per le birre!


È questa una delle tante storie naturali di confondimenti per mimetismo, di strategie di riproduzione, di lotte per la sopravvivenza e di stupidità evolutiva nell’utilizzo del principio del piacere e della massima semplificazione del complesso.

Non è difficile, per una specie vivente, trovarsi ad imboccare un vicolo cieco evolutivo a causa di una euristica errata.

L’uomo sta faticosamente provando a scansare queste vie chiuse dell’evoluzione, coltivando con sempre maggior rigore il metodo scientifico, la sapientia e la prudentia.

Eppure, nei momenti di caos e di paura, subito ricadiamo in euristiche del banale e ci lasciamo attrarre o condurre da cocci aguzzi di bottiglie.


Pietro Abelardo, chierico e filosofo vissuto tra il 1079 e il 1142, fu l’iniziatore del Metodo Scolastico Dialettico del Sic et non Sic et Non (“Sì e No”).

L’Abelardo utilizzò questo metodo per vagliare la sostanza di una verità, approcciandola da opposte posizioni.

Egli non si limitava all’imposizione mnemonica dei testi utilizzati per la formazione culturale e sapienziale dei propri allievi e studenti, ma piuttosto insegnava la ricerca sistematica di tesi ragionate e argomentate a favore e contro una data ipotesi in discussione, fino al raggiungimento di una solutio fondata sulla ragione critica.

Tale procedimento generò un significativo allarme e suscitò reazioni di scandalo tra i sapienti del tempo.

Il metodo si prestava a scuotere, per testarla, la fermezza e solidità di punti di scienza e di fede ritenuti dogmaticamente universali.

Inoltre, il metodo stesso, rischiava di mettere a nudo le contraddizioni interne al corpo sapienziale dei detentori del sapere ufficiale.

Fu per tali motivi che un Concilio decretò che l’illustre maestro della Scolastica bruciasse di proprio pugno una propria opera fondante.

Abelardo, comunque, rimase fedele alla propria linea e condusse gli ultimi anni della propria esistenza in dura polemica “nientedimenoche” con lo stesso San Bernardo.

Nel 1140 subì un’ulteriore condanna sinodale.

Eppure, fino alla fine dei suoi giorni, Abelardo sostenne la posizione centrata sul principio che la sapienza debba sempre e comunque essere animata  dal dubbio, perché soltanto il dubbio promuove la ricerca, e soltanto la ricerca conduce alla verità: dubitando enim ad inquisitionem venimus; inquisendo veritatem percipimus.

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi.

Please follow and like us:
fb-share-icon