L’incredibile storia del Comandante Diavolo

Aprile 1, 2022 by rubrica: I racconti di Partenope

Ufficiale, Combattente, Guerrigliero, Agente segreto, Ambasciatore, un po’ Lawrence d’Arabia e un po’ Primula Rossa, questi è Amedeo Guillet che gli Eritrei chiamarono Cummandar es Sciaitan ovvero il Comandante Diavolo per il suo coraggio in battaglia.

Nato nel 1909 a Piacenza, da famiglia di origine piemontese e capuana, fu avviato alla carriera militare nella quale brillò per la sua abilità di cavalleggero tanto da essere selezionato per far parte della squadra italiana di equitazione per le Olimpiadi di Berlino del 1936: dovette però rinunciarvi perché nel 1935 fu destinato alla guerra in Etiopia dove gli fu affidato il comando di un gruppo formato da 200 Spaish, mercenari libici, grandi combattenti: Guillet è convinto che per comandare questi uomini debba essere uno di loro e quindi ne impara i costumi e soprattutto la lingua e si innamorerà tanto della loro cultura che diventerà, più tardi, persino di fede musulmana. Quando l’Etiopia si arrende Guillet non c’è: è stato mandato in Libia, data la sua straordinaria conoscenza dei cavalli, ad organizzare la cerimonia equestre con la quale Mussolini sfilerà per Tripoli, atteggiandosi a protettore dell’Islam contro Francesi e Inglesi.

Amedeo Guillet partirà, con una falsa identità spagnola, l’anno successivo per la guerra in Spagna come volontario (l’Italia non poteva ufficialmente appoggiare l’esercito franchista, per cui ricorse al trucco di mandare gruppi di volontari) e si distinse talmente nella conquista della città di Santander che fu decorato dallo stesso Franco.

Rientrato in Italia si recò, per curarsi dalle ferite riportate nelle guerre, presso uno zio a Napoli e qui incontrò la diciottenne cugina Beatrice (Bice) Gandolfo, che aveva visto da piccola, e se ne innamorò immediatamente. Trascorse con lei il periodo di convalescenza nella famiglia dello zio, prima nella Torre aragonese della Crestarella a Vietri sul Mare e poi nella casa di campagna ad Avella, vicino Nola.

I giovani hanno deciso di sposarsi quando arriva una norma che prevede, per i militari, la possibilità di una promozione solo se sposati, ma Amedeo non vuole che il suo matrimonio appaia agli occhi di Bice solo come un pretesto per salire di grado, per cui rifiuta per lealtà questa soluzione e decide di percorrerne un’altra: è possibile ottenere la promozione anche per meriti di guerra ed allora lascia l’Italia e torna a combattere in Etiopia perché la promozione vuole ottenerla sul campo.

Fin qui il suo comportamento militare è stato simile a quello di tanti altri Ufficiali che hanno fatto il proprio dovere, ma da ora in poi nascerà la sua leggenda. Il Vicerè d’Italia in Etiopia, Amedeo di Savoia, che ben conosce le doti del Tenente Guillet, gli affida l’incarico di costituire un gruppo indigeno per reprimere le Bande armate locali che stanno combattendo contro il nuovo Governo: il Tenente organizza un piccolo esercito di uomini, formato da componenti di varie etnie e religioni (che però riesce a tenere unite con il suo carisma), che gli saranno fedeli per sempre. In una di queste operazioni di Polizia recupera del bestiame che era stato rubato ad una Tribù e lo consegna al Capo del villaggio che gli esprime la più grande gratitudine e lo trattiene a lungo suo ospite: questi aveva una bellissima figlia, Kadija (che aveva il sogno di sposare un Capo), la quale vede in Amedeo l’uomo della sua vita e quando i giovani del villaggio decidono di arruolarsi nella squadra dell’intrepido Tenente, anche Kadija lascia il villaggio e segue il suo uomo.

Dopo poco Amedeo ha uno scontro armato con i Banditi: il suo cavallo viene abbattuto, cade e ne prende subito un altro che a sua volta viene colpito stramazzando al suolo, allora non domo pianta a terra una mitragliatrice e spara, a ripetizione, contro i Banditi fino alla loro resa: il suo furore e il suo coraggio impressionano così tanto i suoi uomini che gli attribuiscono poteri straordinari e qui nasce la sua leggenda: è invulnerabile, è il Cummandar es Sciaitan, il Comandante Diavolo. Gli ordini del Governo erano quelli di fucilare i Ribelli, ma Amedeo ha un’altra idea e fa un discorso ai Banditi: propone loro di arruolarsi nelle sue fila, risparmiandogli la vita, però, se qualcuno lo tradirà, lo ucciderà lui personalmente. Il Tenente non sarà mai tradito da nessuno dei suoi soldati.

Nel 1940 l’Italia entra nel Secondo Conflitto Mondiale e l’anno successivo gli Inglesi travolgono le difese italiane in Africa Orientale e accerchiano migliaia di soldati in Eritrea: al Tenente Guillet viene ordinato di resistere con la sua banda 24 ore per consentire agli Italiani di mettersi al sicuro per evitare l’annientamento. Gli Inglesi sono numerosi e hanno blindati e cannoni, ma Guillet sfida i cannoni nemici in campo aperto attaccando di sorpresa con una carica di cavalleria gli Inglesi armato solo di pistole, bombe a mano e spade: i nemici sono sorpresi, la fanteria è travolta, ma i cannoni falcidiano gli attaccanti che però continuano, guidati dal Comandante Diavolo, la loro carica anche contro i blindati. È una carneficina, sul campo rimangono tantissimi morti e feriti, ma Amedeo è ancora vivo e ha fermato l’avanzata inglese: le migliaia di soldati italiani, grazie a questo sacrificio, sono al sicuro nelle mura di Agordat.

Questa è stata l’ultima battaglia combattuta dalla Cavalleria in Africa.

Amedeo Guillet

L’anno seguente il Viceré si arrende, ma il Tenente Guillet è convinto che bisogna continuare a combattere ancora qui per impedire agli Inglesi di spostare truppe su altri fronti dove c’erano gli Italiani, come in Libia; allora si spoglia della divisa militare, veste panni arabi e cambia nome, da ora in poi si chiamerà Ahmed Abdallah al Redai, e con un gruppo di fedeli compagni, inizierà una guerra personale contro l’esercito di Sua Maestà: il Comandante Diavolo è diventato un Guerrigliero. Per 8 mesi compie azioni di saccheggio dei depositi di armi e sabotaggio, fa saltare ponti, convogli, linee telefoniche e gli Inglesi mettono sulla sua testa una taglia di mille sterline oro per la sua cattura, ma mai nessuno lo tradirà: per gli Eritrei è una leggenda.

Mentre Lawrence d’Arabia, grazie all’enorme quantità di denaro che gli aveva fornito il Governo britannico, aveva potuto assoldare migliaia di mercenari indigeni per liberare l’Arabia dal dominio dei Turchi, Amedeo Guillet ha combattuto senza soldi, circondato dalla fedeltà dei suoi soldati, un amalgama di etnie e religioni, che aveva per lui una vera idolatria, perché sempre rispettoso, mai dispotico e difensore dell’Eritrea contro l’Etiopia: era il Cummandar es Sciaitan.

Ormai continuare azioni di sabotaggio è sempre più difficile, i suoi uomini, rimasti in pochi, lo vedono soffrire per le ferite di guerra alla mano e al piede, in preda a febbri malariche, e perciò lo implorano di fuggire per evitare di essere catturato: Ahmed si convince, saluta la fedele Kadija che lo aveva seguito con amore in questi anni e si allontana con un solo compagno per cercare di passare il Mar Rosso e raggiungere lo Yemen, amico degli Italiani, perché è braccato dai Servizi Segreti britannici, guidati dal Maggiore Max Harari.

È una vera caccia all’uomo, ma Amedeo si fa beffe degli Inglesi, infatti travestito da arabo, fingendosi Yemenita, si reca ai Commissariati inglesi per segnalare la presenza in certi posti del Comandante Diavolo, riscuotendo denaro per le false informazioni: gli Inglesi lo hanno davanti, ma non sanno che questo straccione arabo è l’uomo che cercano disperatamente. Un giorno lo individuano in una casa dove si era nascosto: esce dalla finestra e lentamente si allontana, quando un soldato inglese spara, sfiorandogli l’orecchio: Ahmed continua, imperterrito, a camminare senza voltarsi ed un arabo dice al soldato che si tratta solo di un pellegrino sordo che va a pregare e anche questa volta si salva.

È come la famosa canzoncina sulla Primula Rossa: la cercan qui, la cercan là, dove si trovi nessuno lo sa, che catturar mai non si possa quella dannata Primula rossa? Sente, intanto, che il cerchio si stringe attorno a lui (anche se nessuno, pur conoscendolo, lo denuncia agli Inglesi), per cui deve fuggire in Yemen, cercando il denaro per pagarsi il passaggio. Fa il facchino al porto e vende acqua fino a che ha i soldi per pagarsi, insieme al compagno, il viaggio su una barca di contrabbandieri. Partono, ma dopo un poco, i contrabbandieri, che portavano armi clandestinamente, decidono di liberarsi dei due scomodi testimoni e li gettano in mare. Sfuggendo agli squali del Mar Rosso, riescono a tornare a nuoto a terra in Eritrea senza sapere in che posto si trovino: camminano, camminano smarriti nel deserto quando ecco che incontrano dei pastori che invece di aiutarli li picchiano violentemente. Amedeo continua a camminare, esausto, febbricitante, è rassegnato a morire quando più tardi gli appare un gigante: è un incubo che precede la morte? No, è un mercante su un cammello che li rifocilla, li abbevera e li porta a casa sua. I due diventano amici, il mercante invita lo yemenita a rimanere con lui, ma Guillet vuole rientrare in Italia e travestito sempre da Arabo ritorna a Massaua dove riesce a procurarsi dagli Inglesi, beffati ancora una volta, un lasciapassare per lo Yemen.

Finalmente vi arriva: è travestito da Arabo e parla Arabo, ma come Yemenita poteva ingannare gli Inglesi, ma non gli Yemeniti, i quali, insospettiti, lo arrestano pensando che sia una spia britannica. Quando gli Inglesi sanno della cattura di una spia capiscono che Guillet è la Primula Rossa e si interessano di lui presso il Sovrano yemenita per averlo: questi intuisce che si nasconde qualcosa dietro la richiesta inglese ed interroga il Tenente, che gli racconta tutta la sua storia. Il Sovrano è ammirato ed essendo amico dell’Italia lo libera, gli chiede che cosa sappia fare e Amedeo risponde di essere esperto di cavalli, per cui viene nominato Dignitario della Corte Reale nonché istruttore della guardia a cavallo, gli dà una casa e lo nomina colonnello. Rimane un anno presso il Sovrano, diventando amico dei figli del Sultano, quando viene a sapere che gli Inglesi hanno organizzato il rientro in Patria, con una nave della Croce Rossa, dei civili italiani rimasti in Eritrea: saluta il Sovrano e ritorna a Massaua, di nascosto, e grazie agli amici fedeli che lavoravano al porto riesce ad imbarcarsi clandestinamente sulla nave, quando viene scoperto dal Comandante. Sembra finita, ma Amedeo, che era ancora travestito da arabo, gli rivela la sua identità dicendogli che se lo consegnerà alla scorta inglese, per lui, sarà la fine. Il Comandante lo nasconde nell’ala della nave destinata a manicomio e Amedeo si finge pazzo: arriva finalmente a Roma il 2 settembre 1943, dopo un viaggio di circumnavigazione dell’Africa lungo 40 giorni, e si presenta al Comando Generale, chiedendo di essere paracadutato in Etiopia per continuare a combattere gli Inglesi a fianco dei suoi indigeni.

Qui apprende che è stato nominato Maggiore. Erano anni che di Amedeo Guillet non si avevano notizie, era un fantasma che colpiva e scompariva, ma la gloria delle sue imprese aveva avuta una vasta eco e si era sparsa ovunque tanto da fargli meritare l’aspirata promozione: sei giorni dopo, l’8 settembre, l’Italia firma l’armistizio. Il Paese è allo sbando, il Re è fuggito a Brindisi e Amedeo, fedele alla Corona, lo raggiunge per avere la autorizzazione a lasciare la divisa e Vittorio Emanuele, dopo averlo ascoltato, gli dà il permesso di congedarsi e così torna dalla sua amata Bice, che lo aspettava ancora dopo anni di silenzio.

Amedeo è leale e prima di ufficializzare il matrimonio le racconta di Kadija, la donna con cui ha vissuto lungo tempo: Bice comprende la solitudine e le traversie di guerra che Amedeo ha affrontato ed accetta di sposarlo nel 1944.

La guerra al Nord continua e la nuova Italia può ancora contare su Guillet, che per la sua esperienza può essere utile come Agente Segreto. In tale veste recupererà importanti documenti militari e soprattutto ritrova la Corona del Negus, che portata in Italia, era stata presa, dopo la caduta della Repubblica di Salò, dai partigiani della brigata Garibaldi. La corona sarà restituita all’Imperatore d’Etiopia e sarà un primo passo per la riapertura di buoni rapporti con l’Italia.

Nel 1945 sta per ritornare in Eritrea e la moglie gli chiede di incontrare Kadija e di darle in dono, da parte sua, un anello ed un bracciale per ringraziarla di averlo protetto: Amedeo e Kadija si incontreranno, quasi in silenzio per qualche ora, dopo di che Kadija si allontanerà per sempre.

La guerra è finita: Amedeo a 37 anni si congeda con il grado di Generale e poi si laurea in Scienze Politiche. Vince il concorso per carriera diplomatica e sarà Ambasciatore in Egitto, in Yemen, dove incontra il vecchio Sultano che lo saluta dicendogli: bentornato a casa Ahmed, in Giordania, in Marocco ed infine in India. In Marocco, durante un tentativo di colpo di Stato, forte della sua esperienza militare, mette in salvo alcuni diplomatici rimasti sotto il fuoco: il Governo tedesco gli conferirà una onorificenza per aver salvato il suo Ambasciatore.

Nel 2000, più che novantenne, torna nella sua amata Eritrea, dove viene accolto dal Presidente della Repubblica con tutti gli onori. Negli anni precedenti era già stato in Eritrea ed aveva voluto incontrare, in incognito, il mercante che gli aveva salvato la vita ospitandolo a casa sua: si era recato al villaggio e il mercante, che non lo aveva riconosciuto, cominciò a raccontare una storia che ripeteva da anni, di quando Allah gli aveva consentito di aiutare due Yemeniti in punto di morte. Amedeo apprese che il pozzo dell’acqua del mercante era rotto e che non dava più acqua: si congedò da lui senza dirgli niente e chiamò degli operai che durante la notte ripararono il pozzo. Il mercante, il giorno dopo, sorpreso dal miracolo, potette così ringraziare Allah, che lo aveva ricompensato per la sua misericordia verso i bisognosi.

Dopo il collocamento a riposo, nel 1975, Amedeo si ritirò in Irlanda ad allevare cavalli e qui ritrovò i suoi avversari del Servizio Segreto inglese, come il Maggiore Harari, che gli diventeranno amici. Era stato un uomo molto ammirato dagli inglesi come militare tanto che le sue biografie sono state scritte dagli Inglesi stessi.

Amedeo Guillet ha ricevuto nel 2000 dal Presidente della Repubblica, Ciampi, la massima Onorificenza: la Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia. Successivamente sarà nominato cittadino onorario di Capua, la città della sua famiglia. Morirà a 101 anni: il Comandante Diavolo riposa nel cimitero di Capua.

Ad Amedeo Guillet è intitolata la Base italiana interforze delle Forze Armate Italiane all’estero, a Gibuti, nel Corno d’Africa a poca distanza dall’Eritrea.

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo dell’A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia

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