Napoli 365 di Amedeo Colella

Napoli 365, edito da Cultura Nova, è il nuovo libro di Amedeo Colella, presentato ad Avellino presso la libreria Mondadori in Via Fariello lo scorso 7 giugno.

Il libro è un glossario di terminologie e di modi di dire napoletani, fornisce indicazioni su luoghi storici e artistici da visitare, ripercorre la storia di Napoli a tutto tondo inserendo non solo le vicende ma anche episodi di vita e di carriera degli straordinari personaggi artistici di Napoli. Insomma, come indica in maniera eloquente il titolo, è un viaggio per Napoli che potrebbe durare un anno intero per tutto ciò su cui discorrere!

Amedeo Colella ha incontrato il suo pubblico avellinese presso la libreria Mondadori in via Fariello ed è stato un incontro denso di simpatia e di eloquenza, capacità che non sempre coesistono.

Persona colta, di grande umorismo e conosciuto nel web, Amedeo Colella è, infatti, un grandissimo comunicatore di estrema empatia, un tipico napoletano che fa sorridere chi lo ascolta narrandogli e insegnandogli qualcosa di nuovo sulla città di Napoli.

L’incontro ad Avellino verte soprattutto sulla originalità della sempiterna lingua napoletana. Un linguaggio che, a partire dalle canzoni, è sempre attuale. Una semantica straordinaria caratterizza i modi napoletani di esprimere sensazioni, emozioni e reazioni in maniera inguaribilmente ottimista come nel caso di Abbiamo una bella bronchite.

Gli esempi sono innumerevoli: si parte dalla creazione di Je te voglio bene assaje (1832) e di ‘O sole mio, canzoni famosissime e riconosciute all’estero quasi come inni nazionali, per finire agli ossimori (come Quello non è doce “e sale o Jesce a parte e dint o Schiatta ‘e salute) e addirittura al problem solving che in napoletano diventa ‘a pezza a culore.

Anche nella loro esagerazione, come quando per dire che si ha appetito si sta morendo di fame e via dicendo, i napoletani non usano il superlativo. Il loro modo di esprimerlo è il raddoppiamento del nome o dell’aggettivo: una persona altissima diventa alto alto o anche chi è prudente è cuoncio cuoncio. Il grande Massimo Trosi invitava Lello Arena a diventare leggiero leggiero perché doveva trasportarlo in bicicletta! A Napoli si usa molto di più il tempo verbale del presente rispetto al passato o al futuro.

Fu lungimirante Federico II che nel 1224 fondò la prima Università laica a Napoli creando quell’humus culturale che poi avrebbe fatto sviluppare la cultura napoletana in tutti i suoi aspetti.

Nel libro, a proposito della storia, si racconta che Napoli è stata sempre ambita e che da tutti i popoli che sono passati ha saputo tenere il meglio. In 3000 anni i napoletani sono sempre stati dominati e non hanno mai reagito se si eccettuano brevissime rivolte e altrettante rapidissime repubbliche napoletane. Era strategicamente al centro del Mediterraneo, quindi è stata prima dei greci, poi dei latini, degli arabi ma anche dei normanni, degli spagnoli, dei francesi.

Il risultato della sua accoglienza lo si vede oggi in tutto ciò che è Napoli anche nella lingua e nella cucina con le dovute evoluzioni. Quando nel 1700 vi fu la dominazione austriaca arrivò a Napoli il Danubio che era un dolce buonissimo formato da tante palline. Ebbene a Napoli fu apprezzato ma ben presto la crema e le amarene furono sostituite da salumi e formaggi!

Durante la rivoluzione gastronomica la regina di Napoli, Maria Carolina, volendo rendere internazionale la cucina napoletana, si consultò con sua sorella Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI re di Francia, e decise di spostare tutti i grandi cuochi di Napoli a Parigi per insegnare loro le tecniche della cucina francese e nacque così la figura del monzù che è una traduzione dialettale napoletana del francese monsieur.

La cucina francese e quella napoletana non avevano nulla in comune perché la prima era molto ricca, soprattutto di creme e salse, mentre l’altra era semplice. Dalla contaminazione venne fuori il Gâteaux che in Francia era un dolce e in napoletano diventò il gattò di patate nonché il babà che in Francia era le baba au rhum. Arrivato grazie alla rivoluzione dei monzù, in particolare, in occasione del matrimonio di Maria Carolina appassionò subito e oggi costituisce uno dei capisaldi della pasticceria napoletana rappresentando equilibrio e perfezione, mai troppo secco mai troppo bagnato.

Dopo un qualcosa che ha più il senso di uno spettacolo che di una presentazione Amedeo Colella mi dedica molto gentilmente qualche minuto in attesa del firmacopie.

Incontrare un personaggio come Amedeo Colella ha un duplice vantaggio: intanto c’è sempre da sorridere per la sua maniera di raccontare e, in secondo luogo, aiuta a riflettere su quanto una città possa dare. Da Napoli, infatti, c’è sempre, nel bene e nel male, da imparare. Grazie, quindi, per l’accoglienza e un plauso personale va anche al giovane titolare della libreria Mondadori in via Fariello il quale, è evidente dagli eventi che organizza con gli autori, ha compreso che i libri non solo si vendono e si leggono ma si apprezzano anche dal modo in cui sono conosciuti. Fare di una libreria un luogo di incontro è positivo per tutti.

Maria Paola Battista, Sociologa, editor e giornalista, scrive recensioni di libri e interviste agli autori per varie testate.