Noli me tangere ovvero il “Principe diabolico”, il volgo e qui non vident videant

Il 24 ottobre del 1750, durante una cerimonia organizzata a Posillipo nella villa di Gennaro Carafa, Raimondo fu proclamato Grande Maestro della Massoneria napoletana. Già l’anno seguente, il principe fu però costretto a rinunciare alla carica iniziatica per le forti pressioni messe in campo dal mondo ecclesiastico e politico.

Raimondo di Sangro – Principe di Sansevero – fu uomo eclettico, soprannominato (già in vita) Principe diabolico, perché fuori dai ranghi e ben al di là della mediocre normalità umana.

Alchimista, esoterico e scienziato illuminato, fu figlio di nobile padre e nobile madre: del razionalismo illuminista (che conquistò il mondo occidentale dal’700), e della tradizione ermetica (nata millenni prima in Egitto e custodita nel profondo umwelt. genetico-culturale della Napoli magica e sacra).

La cappella di famiglia – Cappella Sansevero – fu realizzata dai maggiori artisti dell’epoca, e con le sue rappresentazioni assurge a vestigia di una complessa iconografia che Raimondo progettò per realizzare un Tempio Massonico, che è un percorso labirintico che conduce per le tappe iniziatiche della vera conoscenza.

Fermandosi dinnanzi alle statue che segnano le tappe del percorso nella Cappella Sansevero, ci ritroviamo difronte alle raffigurazioni di alcuni membri della famiglia di Sangro e nel contempo siamo anche dinnanzi a una vasta allegoria iniziatica, scandita da un’ars memoriae di bruniana tradizione, che ricorda alla memoria dell’iniziato le peculiari virtù ermetiche.

Principalmente nota al mondo per il suo Cristo velato, la Cappella espone anche altre due opere insuperate, la Pudicizia e il Disinganno, che con il Cristo stesso compongono un tridente d’attacco artistico in grado di superare qualsiasi porta metafisica.

Il bassorilievo della Pudicizia può essere interpretato usando come chiave di lettura la scrittura, di evangelica memoria, posta sul bassorilievo del basamento: noli me tangere (“non mi toccare”). L’opera, realizzata nel 1752, è dedicata da Raimondo alla memoria della incomparabile madre, Cecilia Gaetani, morta il 26 dicembre 1710 (quando Raimondo non aveva ancora un anno di età). L’amorevole figlio volle così tramandare le fattezze e le virtù della giovane madre; ma questa mirabile donna ricoperta dal velo è anche allegoria della Sapienza. La scultura rimanda chiaramente alla velata Iside(ben nota alla Neapolis greca), dea sacra alla scienza iniziatica. La raffigurazione plastica si riferisce al topos vita-morte, e il tema si svolge tra lo sguardo della giovane donna (sguardo vagante nel tempo), la lapide spezzata e l’albero della vita; una quercia si radica nella nuda pietra, come allusione all’arbor philosophica.

Il bassorilievo del Disinganno è però tema centrale di questa nostra breve riflessione, seppur gli fa da riflesso simmetrico e complementare la Pudicizia

Il Disinganno risale alla metà del ‘700; fu realizzata da Francesco Queirolo.

La scultura è dedicata al padre di Raimondo: Antonio di Sangro.

Qui, usciamo dalla metafora del velo che svela.

Qui, il velo del Cristo e della Pudicizia diviene la rete avvolgente e incastrante del pescatore, da cui si sta liberando la figura paterna: Antonio di Sangro, alla morte dell’amata moglie, iniziò a vivere una vita dissipata, finché non decise di liberarsi, con la sciente maestria dell’iniziato di fede o con la grazia del fedele, dalla rete terrena che egli stesso aveva scelto di indossare come rifugio dal dolore e dalla sofferenza.

Qui, la a rete tiene avvolto il padre come un velo di Maia e trattiene questi nell’oceano del Samsara; l’elevazione spirituale di Antonio di Sangro è raggiunta attraverso le istruzioni riportate nel bassorilievo della scultura, ove è rappresentata la scena di Cristo che dona la vista al cieco assieme alla scritta qui non vident, videant (“coloro che non vedono, vedranno”).

Il padre del Nostro si libera dal velo della realtà terrena – rappresentato dalla rete –, grazie alle indicazioni di un piccolo Daimon alato, che reca sulla propria fronte il sigillo di una fiamma (simbolo dell’illuminazione); il genietto aiuta l’uomo a divincolarsi dalle maglie intricate della rete e nel contempo indica il globo terrestre ai suoi piedi (simbolo delle passioni mondane), a cui è appoggiato un libro aperto (simbolo della Conoscenza).

Il Disinganno è un’opera «tutta d’invenzione del Principe, e nel suo genere totalmente nuova», e non è possibile ritrovarne altra simile nella storia.

L’opera ha una simbologia complessa e ricca, che rimanda al contrasto luce-ombra e libertà-schiavitù.

Qui, la dedica composta da Raimondo al padre, è uno degli esempi più belli di amore filiale: è l’immortale rappresentazione della fragilità umana, «cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi».

Padre e Madre uno di fronte all’altra: due statue a confronto che sono un tutt’uno: difronte alla virtù già ‘infusamente’ paradisiaca della pudica e amata madre, viene posta la vita dell’umano e amato padre che – con opera alchemica e in dantesca memoria -, deve attraversare tutto e per l’intero l’Inferno per aprirsi la sua breccia nel Velo di Maia (lo stesso di Iside), che dal Samsara (lo “scorrere insieme” nei cicli di morte e rinascita) lo potrà condurre al Moksha (liberazione spirituale).

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi.