Pensiero Haiku

– già farfalla libera –

ora legata

di Beniamino Casale

Un ondoso io

-mare nella tempesta-

si mira calmo

La gazza ladra

-raccoglie pregiatezze-

che forse serviranno

Il tempo dell’haiku

La ricerca della brevità e dell’essenzialità dell’espressione è una delle tante strade percorse dalla poesia.

Il genere haiku della letteratura giapponese ha proprio queste caratteristiche.

Lo haiku è una forma di composizione letteraria poetica di origine giapponese che possiamo pensare come una pittura con le parole.

Lo stile haiku nasce in Giappone nel 1600 ed ha trovato estimatori anche tra numerosi poeti europei del ‘900.

In Italia, l’ermetismo poetico di Ungaretti prende talora la forma di haiku.

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

(Giuseppe Ungaretti)

Lo haiku o haikai consta di una composizione dai toni semplici, che inizia senza alcun titolo, e che elimina barocchismi lessicali e retorici, e richiede una grande capacità di sintesi di pensiero e immagine; si cristallizza in una composizione di tre versi, che si dividono in uno schema 5-7-5, con complessive diciassette more (parzialmente assimilabili alle nostre sillabe) che fotografano, o meglio tracciano, in rapide pennellate pittoriche, la suggestione profonda dell’attimo presente, fuggevole e intenso.

La composizione, breve e intensa, con il suo ritmo irregimentato nel respiro breve e singolo delle diciassette more, lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni e spalancato al punto di vista e alla sensibilità del lettore.

Apparentemente costringe chi scrive e chi legge nell’argine angusto dell’espressione sintetica che però sa aprirsi a mille e una possibilità.

L’estrema sintesi della composizione è solo la porta d’ingresso all’estrema complessità, diversità ed ‘entropicità’ del contenuto: potenzialmente infinito.

Lo stile letterario haiku ha origini incerte: forse nasce come parte di una forma di componimento giapponese stilato a più mani; inizialmente comico, diventò poi un fortunato tipo di poesia lirica, dove il poeta ha a disposizione 17 unità di suono che deve disporre secondo l’ordine: 5-7-5

Per la sua apparente semplicità, lo haiku fu per secoli una forma di poesia diffusa tra tutte le classi sociali e appartenente alla tradizione poetica popolare giapponese; è stato elevato a forma d’arte aulica nel periodo Edo, grazie al poeta Basho Matsuo (1644-1694), da molti ritenuto il massimo esponente del genere.

Basho Matsuo fu un instancabile viaggiatore, che proveniva dalla classe militare e che successivamente si ordinò monaco e coltivò la poesia, diventando un famoso poeta e fondatore di una propria scuola stimata dai numerosi allievi. La sua estetica coniuga in maniera originale la via dello zen con i vissuti di una semplicità essenziale, realizzata nell’immersione panica con la natura, e con il tema della ricerca del vuoto finalizzata a riempire di senso l’esistenza.

Verrà quest’anno la neve

-che insieme a te-

contemplai?

(Basho Matsuo)

Lo haiku, come forma standardizzata di espressione utilizzata in ambito letterario, è divenuto una sorta di layout universale per esprimere sentimenti umani in forma di breve componimento poetico; grazie alla sua struttura fissa e sintetica, apparentemente rigida e capace di essere riconosciuta universalmente come griglia espressiva condensata e strutturata, dalla nostra scuola di Medical Humanities è utilizzata come una forma privilegiata di sviluppo innovativo del campo vasto e spesso dispersivo della Medicina Narrativa.

Silenzio
-Graffia la pietra-
un canto di cicale

(Basho Matsuo)

Come Socrate di ritorno dalla battaglia di Potidea, anche noi medici ci dirigiamo ogni giorno alla nostra palestra di Taurea, e spesso ci imbattiamo nel nostro Carmide, paziente sofferente e ammirevole per intelligenza e bellezza di spirito.

Anche noi, come Socrate, dovremmo rispondere al nostro Carmide che ci chiede la cura per il suo mal di testa, che prima di tutto bisognerebbe curare l’anima…

Tuttavia, quando quegli mi chiese se conoscevo il rimedio per il mal di capo, in qualche modo, impacciato, gli risposi che, sì, lo conoscevo. “Qual è?”, mi chiese. Allora io gli dissi che era una certa erba, sulla quale c’era un carme magico, che se lo si cantava prendendo insieme quell’erba, il rimedio faceva guarire del tutto, ma senza quella magia, l’erba sola non serviva a nulla.

Perché, caro Carmide, questo carme non è capace di guarire la testa separatamente; ma come forse anche tu sai per aver udito dei bravi medici, se per esempio ci va uno con male agli occhi, gli dicono che non si può cominciare a sanare gli occhi soli, ma che bisognerebbe curare anche la testa se si vuole guarire gli occhi; e dicono ancora che è una assurdità pensare di curare la testa per se stessa senza tenere conto dell’intero corpo. Così, in base a questo ragionamento, cercano di curare e sanare la parte applicando una cura all’intero corpo. Non ti sei accorto che dicono così e così fanno?” “Sicuro”, rispose. “Allora, dicono bene, non ti pare? E sei d’accordo con questo ragionamento?” “Assolutamenterispose. Lo stesso, o Carmide, con questo carme magico. L’ho imparato laggiù nell’esercito da uno dei medici traci di Zalmosside che hanno fama di rendere immortali gli uomini. Questo Trace mi diceva che i medici greci hanno ragione riguardo alle cose che mostravo ora; ma soggiungeva: «Il nostro Zalmosside, che è un dio, vuole che come non si deve tener conto del capo, nè il capo senza il corpo, così neppure si deve cominciare a sanare il corpo senza tener conto dell’anima, anzi questa sarebbe proprio la ragione per cui tante malattie la fan franca ai medici greci, perché essi trascurano il tutto di cui invece dovrebbero prendersi cura, quel tutto che è malato e dunque non può guarire in una parte». In realtà, soggiungeva «ogni cosa, il male o il bene, non irrompe nel corpo e in tutto l’uomo se non dall’anima, dalla quale tutto proviene, come dalla testa proviene tutto ciò che corre agli occhi; così che si deve cominciare a curare soprattutto quella, se si vuole che la testa e le altre parti del corpo stiano bene». L’anima, o beato, continuava «si cura con certi carmi magici che sono poi i bei discorsi, dai quali cresce nelle anime la saggezza. Quando questa sia cresciuta e sia là presente, allora è facile dare salute al capo e al resto del corpo». E mentre il Tracio m’insegnava i rimedi e le parole magiche, soggiungeva: «che nessuno ti convinca a curare la propria testa con questa medicina, se prima non avrà affidato la sua anima alla cura dell’incantamento». Perciò anche ora, continuava, «si fa questo sbaglio fra gli uomini che taluni cercano d’essere medici dell’uno o dell’altra cosa separatamente, o della saggezza o della salute.

E mi raccomandava con forza che nessuno, ricco, nobile o bello che fosse, mi convincesse a fare altrimenti. Così io gli ubbidirò – del resto glielo giurai e debbo obbedirgli – e a te darò la medicina per il capo se vorrai prima offrire l’anima alla magia delle parole incantatrici del Trace, secondo le sue istruzioni, se no, non sapremo che farti, caro mio Carmide.

(Platone, Carmide, 155b-157c).

Vieni, andiamo

-guardiamo la neve-

fino a restarne sepolti

(Basho Matsuo)

Lo haiku mi ricorda l’elevatorpitch: sei in ascensore e ti trovi faccia a faccia con la persona che potrebbe cambiare la tua vita; hai solo il passo breve di un discorso che copre un solo singolo respiro per fare strike su quella persona e rimanergli impressa in mente.

Necessiti di dire le cose belle e buone in un tempo che è il battito d’ali di una farfalla.

Così, l’elevator pitchè un discorso breve e distillato, che punta a catturare l’attenzione – e magari anche il favore – dell’ascoltatore. È la capacità sintetica di condensare alchemicamente  se stessi e presentare questo nettare al proprio interlocutore.

Spesso, nei contesti rapidi della vita quotidiana, non è possibile intavolare il dialogo lungo del classico «mi parli di lei…».

Come in un haiku, anche nell’elevator pitch non c’è lo spazio per raccontare la propria storia di vita in maniera proliss, ma vi è quella splendida e poetica opportunità eraclitea di cogliere l’attimo e renderlo infinito e indimenticabile… non scordabile.

Il corvo nero

-randagia vitalità-

A chi servirà?

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi.