“Preso dal nervoso gli ho sparato” Intervista all’autore Ciro Troiano

La violenza ha sempre lo stesso volto, quello che cambia è il ghigno.

Tra gli incontri proposti dalla II rassegna Avellino letteraria ideata e condotta da Annamaria Picillo, lo scorso 5 novembre è stato presentato il libro-ricerca Preso dal nervoso gli ho sparato di Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia della LAV. Questi sono soltanto due degli innumerevoli titoli di Ciro Troiano che occuperebbero più di una pagina di scrittura.

Ringrazio pubblicamente Annamaria Picillo per aver inserito nella sua interessante e stimolante rassegna un libro che si occupa della tutela degli animali, scelta non sempre presente, anzi direi rara, nelle manifestazioni culturali generiche, che abbracciano cioè vari ambiti di interesse.

La ringrazio in quanto ha dimostrato sia di essere sensibile al tema, ma anche di esprimere ciò che i libri vogliono essere: apertura verso ciò che ci circonda, andando oltre il senso comune.

La rassegna risponde pienamente alla propria mission che, come lei stessa precisa durante una chiacchierata prima dell’inizio della presentazione, è quella della promozione e della diffusione della cultura attraverso il libro, con lo scopo di creare comunità, di far conoscere e valutare il patrimonio storico, artistico e culturale del territorio irpino ma non solo, toccando vari temi della sfera sociale.

All’evento hanno partecipato l’autore Ciro Troiano, il criminologo clinico Emanuele Esposito, e il maestro Renato Spina, valido interprete della canzone napoletana, la responsabile culturale Annamaria Picillo e la moderazione della giornalista Daniela Apuzza  

Un incontro assolutamente coinvolgente che ha creato molto interesse nel pubblico, a volte sconcertato, dai racconti di Troiano.

Il tema spazia, infatti, dall’argomento anti specista a quello della dignità e della sensibilità degli animali. Il sottotitolo, anch’esso molto eloquente, recita Vittime e offender nel maltrattamento di animali. Il libro è un’antologia della violenza, che a volte diventa orrore, commessa ai danni degli animali.

Emanuele Esposito ha ricordato una piacevole e interessante esperienza condivisa con Ciro Troiano quando era in servizio presso il carcere e portarono avanti un progetto di rieducazione di ragazzi disadattati avvicinandoli agli animali. Con tanta sorpresa scoprirono il grande grado di empatia tra animali e giovani. In seguito i ragazzi si recarono presso i rifugi per cani e in quei luoghi avveniva tra loro un’interazione psicologica sincera e senza forzature. Il cane non rifiutava né si sentiva rifiutato. Al di là di questa esperienza il Direttore ricorda dell’attività che Troiano svolge per la LAV (Lega Anti Vivisezione) contro i crimini sugli animali, un mondo a molti sconosciuto.

Nella pubblicazione di Ciro Troiano – ha sottolineato Espositoè trattato in maniera approfondita come noi uomini concepiamo il rapporto con gli animali. Il suo lavoro non è soltanto di tipo statistico e mette in rilievo l’aspetto delle impunità. Quando parliamo di crimini pensiamo solo a quelli contro le persone o contro le cose, invece dobbiamo considerare anche i crimini che vengono perpetuati nei confronti degli animali e che sono ignorati da moltissimi. Pensiamo al disegno criminoso di chi organizza corse clandestine o lotte tra animali e al guadagno illecito che ottengono. L’altro aspetto è quello dell’educazione preventiva che a noi manca. Manca anche il senso della pena: a un adulto o a un minore che consumano una violenza su un animale può accadere davvero poco.

Anche Ciro Troiano ricorda molto bene l’esperienza avuta nel 2006, un progetto unico detto Educazione alla alterità e al rispetto attraverso gli animali. Trovandosi a lavorare con ragazzi problematici, tra cui minorenni che avevano già a che fare con l’affiliazione alla camorra, ebbero vari incontri il cui risultato fu un libro con delle poesie e dei racconti da cui vennero fuori delle bellissime storie legate al rapporto con gli animali.

Storie inenarrabili, di una inaudita violenza, qualche volta raccontate con ferocia, altre con normalità tranne per un episodio in cui i ragazzi videro i cani da combattimento tenuti in gabbia e, probabilmente associando a quella immagine la loro, commentarono che, però, il cane non aveva fatto nulla di male per essere ingabbiato. Alla fine il progetto fu chiuso liberando alcuni cardellini sequestrati a dei trafficanti. I ragazzi aprirono le gabbie e liberarono gli uccelli. Rappresentò, quel gesto, un simbolo di riscatto.

Il libro Preso dal nervoso gli ho sparato riguarda vittime e offender. Il titolo è la frase detta da un signore che, avendo ucciso un cane, sentito dai Carabinieri rispose che gli aveva sparato perché l’animale era entrato nel suo giardino e lui, preso dal nervoso, non aveva esitato a ucciderlo. Il sottotitolo vuole indicare che gli animali non sono riconosciuti come vittime, così come è anche totalmente sconosciuta la vittimologia per ciò che li riguarda. Gli offender sono coloro che maltrattano, sono pericolosi, criminali. Nella ricerca sono stati analizzati con approccio criminologico 342 casi giudiziari italiani che hanno coinvolto 500 soggetti, di cui 422 uomini. Partendo da un’analisi sistematica dei dati giudiziari e di tutti i documenti dei processi, si è data un’interpretazione dei dati raccolti.

È emerso un mondo non sconosciuto ai ricercatori ma ci si impegnati a capire le metodologie, le condotte criminali, le motivazioni e i mezzi nonché, riguardo alle vittime, quali e quanti animali e la loro specie.

Il primo dato che colpisce è che per 500 offender molte di più sono le loro vittime. Il rapporto è di 1/20. Il numero è impreciso perché negli atti giudiziari spesso non viene riportato (nel caso dei pesci, ad esempio, si quantificano in chili). Dietro a quei numeri c’è un essere vivente capace di provare sofferenza, che si rapporta nel mondo e ne fa parte. Si parla, quindi, di sofferenza e di morte, alcuni casi procurati da persone che godono anche nel vedere tutto questo.

La motivazione, secondo l’autore, è principalmente di tipo culturale come avviene anche tra uomini: mettere la propria persona davanti a tutti, affermandola con disprezzo, con prevaricazione, senza riconoscere le ragioni o il rispetto per gli altri. Viviamo una visione antropocentrica dove anche geograficamente è l’uomo che stabilisce gli spazi.

La corda o la catena sono, ad esempio, gli strumenti più utilizzati per maltrattare i cani mentre la corda dovrebbe essere un tramite tra l’uomo e la persona. Per non parlare dell’impiccagione. Altri oggetti utilizzati sono di diversa natura e vanno dai cavi elettrici alle forbici e via dicendo. Persino l’acqua, che è la fonte della vita, è utilizzata per affogare tanti cuccioli appena nati. A tale proposito l’autore racconta il caso, che assolutamente non sono stati in grado di comprendere, di una ragazza non italiana che, con dell’acqua precedentemente fatta bollire, ha ustionato il cane del suo coinquilino procurandogli delle lesioni gravissime. Un atto studiato e meditato in quanto dopo poco ha inviato un messaggio al proprietario del quadrupede scrivendogli di tornare a casa perché aveva ustionato il cane.

Nello studio sono stati anche analizzati alcuni casi di vendetta o ripicca verso compagne/i avvenuti a seguito di litigi familiari pur distinguendo i casi delle famiglie disfunzionali.

La violenza sugli animali è un campanello di allarme anche nella violenza domestica contro le donne. Spesso l’uomo narcisista, il prevaricatore, tende a isolare la vittima in modo da allontanarla dagli affetti, dalla famiglia, farla sentire sola in quanto una persona da sola ha meno difese e meno capacità di difendersi e reagire. Quando le vittime hanno come unica fonte di affetto un animale, il narcisista perverso non può tollerare una situazione del genere in quanto il pelosetto costituisce un pericolo essendo la causa che gli sottrae il controllo totale sulla vittima, la quale riesce a manifestare sentimenti, umanità, affetto, calore, protezione nei suoi confronti. Ci sono stati casi di persone uccise a casa perché non avevano voluto abbandonare i loro animali.

I fatti acclarati di psicopatici o di soggetti affetti da disturbi mentali in sede di giudizio e analisi investigative sono pochissimi; spesso ci si trova di fronte ad atti di violenza quotidiana, che non è giustificata da uno stato clinico alterato o da una personalità disturbata che sarebbe comunque una spiegazione.

La stragrande maggioranza dei casi è rappresentato da gente normale, che si incontra per strada o in ascensore, figlia di una cultura dominante, maschilista che esercita il suo dominio sugli esseri più deboli, gli animali domestici, che non vengono considerati neanche come esseri viventi ma come cose.

È chiaro che chi considera l’animale alla stregua di una cosa non può provare senso di colpa se lo tratta male, non a caso nei linguaggi che si usano quando si vuole offendere qualcuno gli si attribuisce un nome animale. Il linguaggio è la prima arma del dominio, non a caso alle vittime si mette il bavaglio e gli animali sono senza voce, non rivendicano.

L’Italia è molto arretrata anche nel campo della zooerastia, la cosiddetta zoofilia erotica. Non esiste un reato specifico e il problema viene fuori quando si compiono indagini sulla pedofilia e si scopre di bambini costretti a fare sesso con gli animali.

In tal caso in rete sonno stati trovati siti di scambisti di animali ma la denuncia è stata archiviata perché, fino a quando si pubblica l’annuncio delle prestazioni del proprio animale, e il reato non è stato consumato, il maltrattamento non c’è stato.

Un altro aspetto della ricerca è stato quello di analizzare se le persone denunciate e condannate avevano precedenti penali e, in caso positivo, di che tipo. È emersa una sorta di continuità nella loro tipologia: associazione di stampo mafioso-organizzazione di corse clandestine di cavalli che è un reato associativo gestito dalla criminalità organizzata; violenza domestica contro la moglie-maltrattamento di animali; contrabbando-traffico di specie protette. Sussiste continuità dell’atteggiamento a delinquere ma, se ci pensiamo, non deve meravigliarci perché la mentalità è quella, le condotte mentali che generano certe azioni a delinquere sono le stesse, sia nei riguardi degli animali che delle persone.

A fine incontro è seguita un’intervista all’autore, Ciro Troiano:

Lei è responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia. Che cosa è la Zoomafia?

Con questa nuova parola, da noi coniata circa venti anni fa, intendiamo lo sfruttamento degli animali per ragioni economiche, di controllo sociale, di dominio territoriale.

Sfruttamento criminale, ovvero perpetrato da persone singole o associate, vicine o appartenenti a cosche mafiose e a clan camorristici.

Con questo neologismo, indichiamo anche la nascita e lo sviluppo di un mondo delinquenziale diverso ma parallelo e contiguo a quello mafioso, di una nuova forma di criminalità, che pur gravitando nell’universo malavitoso e sviluppandosi dallo stesso humus socio-culturale, trova come motivo di nascita, aggregazione e crescita dell’uso di animali per attività economico-criminali.

Durante la presentazione del suo libro si è discusso anche di normative di legge. Sono convinta che attualmente siano assolutamente scarse e poco efficaci nella risoluzione del problema e che sia necessaria una revisione nonché un inasprimento delle pene. Fra l’altro, le/i cosiddetti offender sono potenzialmente pericolosi per tutti gli esseri deboli e indifesi. Ciò che mi colpisce e ferisce profondamente è la superficialità con cui la gente comune rimane indifferente al fenomeno. Credo che questo serva a consolidare ancor di più la violenza. È d’accordo?

La violenza e la prevaricazione trionfano grazie all’indifferenza. L’indifferenza è ciò che rende possibile le azioni più indicibili. È la migliore alleata di ogni tirannia, l’ancella di ogni sopruso, serva silenziosa di ogni potere. Assistendo impassibili, indifferenti, alla sofferenza altrui, la si legittima, la si rende accettabile, normale. La normalità è l’accettazione sociale di determinate condotte, vissute normalmente appunto, come fatti che rientrano senza clamore nel vissuto quotidiano, nel bilancio della propria esistenza. In certi contesti il concetto di normalità è stabilito sempre dal dominatore, mai dal dominato. È normale, sono animali… È normale… Basta sostituire la parola animale con una delle tante del repertorio dell’ideologia del dominio e dell’intolleranza che anche le sensibilità più sorde ai diritti animali avvertono un brivido gelido. La “normalità” e l’indifferenza sono stati i binari che hanno condotto i treni ad Auschwitz.

Sì, l’apparato normativo va rivisto e rafforzato poiché allo stato non garantisce una risposta adeguata all’aggressività del problema.

Quando si parla di violenza ai danni degli animali il discorso potrebbe diventare infinito iniziando da ciò che la maggior parte di noi mette a tavola, quindi il consumo di carne e pesce e gli allevamenti intensivi; nonché la sofferenza prima della morte degli animali che poi mangiamo, la caccia e la pesca, la detenzione di animali selvatici o di specie protette e, infine, le innumerevoli torture perpetuate a danno di animali domestici o dei piccoli animali. Lei diceva durante la presentazione che molto dipende dalla nostra visione antropocentrica, dal fatto di considerare le altre specie inferiori a noi. Credo che negli individui ci sia una parte buona e una cattiva e che l’uomo, quindi, sia predisposto anche al male. In più ho sentito anche parlare di educazione, di necessità di insegnare sin dalla giovane età i principi del rispetto e della salvaguardia. Gli educatori sono, chiaramente, innanzitutto la famiglia, e poi la scuola. Ma anche nell’educazione sono più efficaci gli esempi che le parole e penso che la maggior parte delle volte dipenda solo dalla propria coscienza e sensibilità. Rispettare gli altri esseri della natura dovrebbe essere un qualcosa di implicito, un sentimento che dovrebbe procurarci benessere. Invece tutto questo non accade. Allora, indipendentemente dalle cause a cui viene attribuito il fenomeno violenza sugli animali, come si può adoperare chi desidera davvero che essi non soffrano più?

Non ci rendiamo conto che l’esercizio del rispetto e della tolleranza deve essere una condotta quotidiana. Siamo pronti a scandalizzarci per fatti che, cambiando le cose che devono essere cambiate, investono il nostro agire ogni giorno, come l’alimentazione: da un lato si dice di amare gli animali, dall’altro ci si nutre di essi. Il nostro narcisismo di specie è superiore al rispetto degli interessi delle altre specie e non è un caso che ci sentiamo i padroni della Terra. Ma questo atteggiamento mentale, poi, lo replichiamo anche in dinamica intra- specie e troviamo sempre un buon motivo per anteporre i nostri interessi a quelli di altri, per privilegiare il nostro spazio a discapito di altri, per magnificare la parola io e minimizzare il noi.

Si determina qui un legame malsano, basato sulla supremazia e non sull’empatia; lontano da quel legame affettivo basato sul rispetto, l’unico accettabile, che dovrebbe accompagnare il rapporto con gli animali. Il vero vincolo mancante che si dovrebbe stabilire con il nostro animale quotidiano per usare un’efficace espressione di Anna Mannucci – è proprio quello con il cuore, inteso, senza nessuna ricaduta sentimentalista, come dimora del rispetto e della considerazione.

Infine vorrei chiederle un parere su una questione che eticamente pone non poca difficoltà. Si tratta della sperimentazione sugli animali, una pratica ingiusta e crudele che causa sofferenze atroci alle cavie. Il fatto che la sperimentazione possa portare a risultati positivi per gli uomini e per la cura delle loro malattie, fa dimenticare che dietro a un successo sono morti tanti animali innocenti e che gli animali sono esseri senzienti. Probabilmente questo discorso farebbe infuriare un ammalato di cancro che ha bisogno dei risultati della sperimentazione per poter continuare a vivere. Spesso, dietro alla sofferenza degli uni e degli altri ci sono interessi di qualcuno senza scrupoli a cui importa solo del proprio tornaconto. Ebbene potrà mai esistere, a suo parere, una soluzione al problema dei laboratori?

Beh, occorre usare metodi alternativi. Ricerca sì, ovvio, ma non cruenta né foriera di sofferenza.

Nel ringraziare Ciro Troiano per ciò che fa nell’interesse degli animali, ricordo che il libro è scaricabile gratuitamente dal sito della LAV.

Maria Paola Battista, Sociologa, editor e giornalista, scrive recensioni di libri e interviste agli autori per varie testate.

Please follow and like us:
fb-share-icon