PTSD: da sindrome del Vietnam a sindrome del mondo.

Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD, acronimo di Post Traumatic Stress Disorder) è una forma di disagio mentale che può colpire chi ha vissuto esperienze fortemente traumatiche, siano state esse guerre, incidenti, attentati, terremoti, ma anche forme di soprusi occasionali o ripetuti nel tempo, come stupro o violenze domestiche.

Il  disturbo può manifestarsi in soggetti di tutte le età ed anche nei loro familiari o nei soccorritori che sono intervenuti sui luoghi del disastro.

La sintomatologia può scatenarsi nei mesi subito successivi all’evento scatenante (di solito entro i 3 mesi), ma anche in un arco temporale più lungo; il disturbo può risolversi nel giro di qualche settimana oppure diventare cronico.

Le persone colpite da PTSD tendono a riportare frequentemente alla memora l’evento traumatico, attraverso sogni, ricordi, flashback, manifestando sintomi che interessano la sfera psicologica (irritabilità, paura, ansia, depressione…), quella fisica (emicrania, capogiri, problemi gastrointestinali…) e quella sociale (rapporti interpersonali scarsi o assenti, isolamento sociale, insuccessi lavorativi e scolastici…).

Il Disturbo da Stress Post Traumatico è stato individuato e studiato a partire dalla guerra del Vietnam, sebbene le prime avvisaglie dell’esistenza di una particolare forma di disagio che colpiva i soldati, erano emerse già durante la prima Guerra Mondiale.

La Grande Guerra, infatti, potrebbe definirsi come il primo esperimento sociale e naturale del PTSD: in quegli anni maturò l’idea che lo stress prolungato cui i soldati erano sottoposti, potesse far emergere in loro pazzia ed isteria.

In Italia, per indicare la sindrome, si cominciò a parlare di vento degli obici, con palese riferimento allo scoppio dell’obice, un ordigno di artiglieria utilizzato per il tiro diretto sui bersagli.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il disturbo fu definito nevrosi traumatica di guerra.

Nel 1980 esso fu riconosciuto come un vero e proprio disagio psichico, venne introdotto nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) III e fu coniata la definizione che attualmente lo indica.

Non di rado, si sente ancora parlare di Sindrome del Vietnam, sebbene ormai il disturbo non sia più associabile esclusivamente alle guerre e ai conflitti armati.

Le vicende storico-sanitarie-politiche che da qualche decennio stanno interessando il mondo, lasciano bene intendere in quanti contesti possano esserci vittime del PTSD: dalle Torri Gemelli, al tifone Haiyan, dal terremoto del 1980 ai tanti che hanno smosso e sconvolto la nostra Italia e non solo, dalla pandemia Covid-19 alla guerra tra Russia e Ucraina, le persone colpite dal Disturbo da Stress Post Traumatico potrebbero, potenzialmente, essere milioni.

Non vi sono soluzioni per arginare il dilagare del disturbo se non quella, inattuabile, di rimuovere le cause scatenanti; eppure, non sarebbe impossibile, quanto piuttosto utopistico, riuscire ad eliminare alcune di queste cause: significherebbe aver imparato a gestire con il dialogo e la diplomazia situazioni contrastanti, evitando, o almeno provando ad evitare, conflitti e guerre; significherebbe vivere in un mondo meno traumatizzato e molto più civile. Significherebbe dare finalmente un volto a quel ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stone e che portava nel cuore due o tre medaglie e che, mentre cantava viva la libertà, è morto in guerra nel Vietnam, caduto, per sempre, mentre vedeva la gente cadere.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)