QUANDO LE PICCOLE COSE DIVENTANO RICORDI

Negli anni ’60 la gente era diversa da com’è adesso?

Certo che sì. Basti dire che effettivamente, a quei tempi, la gente viveva immersa in una sorta di partecipazione collettiva, con una socialità e una vicinanza di rapporti interpersonali molto più diretti, continui e diversi da quelli di adesso. Una socialità avvolgente e senza scampo.

Oggi, viceversa, la maggior parte dei rapporti, anche di vicinato, sono ridotti ai minimi termini o addirittura non esistono per niente, salvo quando proprio non se ne può fare a meno.

Forse una buona parte di colpa, per questa situazione, ce l’ha la televisione che spinge molta gente a rinchiudersi in casa per trastullarsi col telecomando, fagocitando programmi su programmi. E poi ci sono i “social” che hanno annichilito la capacità e il desiderio vero di socializzare,

Ed è effettivamente difficile, credo, immaginarsi oggi un mondo privo di televisione e di Instagram o, come lo ricordo io, un mondo con un solo canale televisivo, in bianco e nero, che cominciava a trasmettere verso le cinque di pomeriggio La Tivù dei Ragazzi.E che cosa trasmetteva? Le avventure di Rin Tin Tin, le storie di un pastore tedesco e del suo padroncino, il caporale Rusty, che vivevano nel leggendario far west, in un forte comandato dal Tenente Rip Masters e dal suo vice, il sergente O’Hara. Un’altra serie era Penna di Falco, le avventurose storie di un capo cheyenne che aveva un’improbabile fidanzata dal romantico nome di Raggio di Luna.

Attraverso la tivù l’americanizzazione dei bambini s’imponeva inarrestabile. Come sfuggire all’emozione del far west e agli sdolcinati nomi dei pellerossa che mandavano in visibilio le bambine? Il filone era quello, l’avventura fanciullesca, spericolata e romantica e il cliché del lontano west si applicavano indifferentemente ad ogni latitudine ed epoca storica.

Ecco dunque Ivanohe, il cavaliere lucente interpretato da un giovanissimo Roger Moore, poi Zorro della Walt Disney, fino ad arrivare al filone dei gladiatori romani, dei pirati o dei Tre Moschettieri, che però si limitarono al cinematografo, senza arrivare al sequel televisivo. Seguivano programmi altrettanto in linea con quei tempi, come, per esempio, Non è mai troppo tardi, del maestro Alberto Manzi, dedicato agli adulti che non sapevano ancora leggere e scrivere (proprio in quegli anni veniva resa obbligatoria la terza e poi la quinta elementare) o L’amico degli animali, di Angelo Lombardi, un programma che andò avanti ininterrottamente per otto anni, dal 1956 al 1964.

Ma alla sera cosa si vedeva? Cominciava allora ad affacciarsi l’eterno filone dei polizieschi americani, nonostante tutto oggi ancora molto in auge, per quanto con lineamenti ben diversi, con un livello di violenza allora soltanto timidamente accennato.

Il capostipite dei polizieschi, almeno per quanto ricordo, fu la serie dell’avvocato Perry Masone il suo piccolo mondo in cui i personaggi erano sempre gli stessi, e cioè la segretaria Della Street, il prestante investigatore privato Paul Drake, peraltro sempre vestito allo stesso modo, con un’immancabile giaccia sportiva a scacchi, il procuratore Burger ed il tenente di polizia Tragg.

Gli episodi erano sostanzialmente tutti uguali. Cominciavano con un delitto cui seguiva invariabilmente l’arresto dell’assassino sbagliato, ovviamente difeso da Perry Mason che naturalmente (non sarebbe nemmeno il caso di dirlo) durante il processo scopriva il vero colpevole.

Al termine dell’episodio, Perry Mason spiegava poi, in due parole, come avesse intuito chi fosse l’assassino, spiegazione spesso necessaria per l’esagerata superficialità della trama, capace comunque di soggiogare l’ancora ingenuo pubblico italiano, ammaliato poi da certi nomi d’ambientazione,  la California, Los Angeles, Las Vegas, nonché dalle dimensioni delle automobili americane, indubbiamente spettacolari, specie se confrontate con le nostre dell’epoca, che poi erano la 500, la 600 e, per chi se la poteva permettere, la 1100.

All’inizio la televisione era stata uno dei tanti veicoli di aggregazione sociale perché, chi ne possedeva una, vedeva, dopo cena, con molta naturalezza, arrivare in casa tutti i vicini che, di solito, portavano con loro anche le sedie, perché andare da qualche parte portandosi dietro la sedia era, in realtà, qualcosa di assolutamente normale.

Fu solo all’inizio degli anni ’60, con l’avvento del cosiddetto boom economico, che quel mondo che ancora risentiva del dopoguerra cominciò velocemente a cambiare. Le sedie di paglia cominciarono ad essere sostituite con sedie di fòrmica, così come tutti gli altri arredi delle abitazioni che in pochi anni cambiarono completamente, mentre un sacco di diavolerie, chiamate elettrodomestici, entravano nelle case. Ricordo la trasformazione della cucina, in origine composta, come di norma, da un tavolo grigio di marmo, pesantissimo e inquietante, da una credenza metà in legno e metà in vetro e da una cucina economica.

Da questa cucina così elementare si passò alla cucina all’americana,con gli armadietti pensili, un tavolo giallo-banana in fòrmica e una cucina a gas, che poteva essere sia a bombola che allacciata all’impianto centralizzato, se esisteva. Incassato su un lato, misterioso come l’antro dell’Averno, troneggiava poi l’oggetto delle meraviglie, il frigorifero, con le sue forme bombate.

A dir la verità non si usava il nome frigorifero, forse perché era un termine troppo poco tecnologico che non gli rendeva pienamente merito. Il vero nome che si usava era “frigidèr”, licenza poetica da Frigidaire, l’azienda americana che per prima lo brevettò e che comunque tutti pensavano fosse francese, forse perché il francese era ancora in auge, ritenuta lingua elegante, da persone istruite e che viaggiano spesso.

Altro aggeggio fenomenale era la lavatrice. Dalla classica tavola in legno si era passati ad una specie di bussolotto cilindrico che aveva sulla parte superiore due rulli e una manovella, attraverso cui si faceva passare la biancheria bagnata e che serviva quindi, più o meno, a strizzarla. Questi rulli asciuga-panni avevano un fascino irresistibile per i bambini e ricordo bene che cercavamo, in tutti i modi, di giocarci.

E mi fermo qui. Tempus fugit! Ma proprio per questo la memoria delle piccole cose di un’Italia che non c’è più, i tanti ricordi di come eravamo, emergono nitidi, nella loro semplicità. Accade così, quando gli anni corrono veloci e l’infanzia serena trascorsa in semplicità diventa inevitabilmente parte di quella grande magia della mente in cui vorremmo continuare a vivere ancora e ancora …e ancora.

Michele Chiodi, già dirigente di istituti finanziari, collabora con periodici e associazioni culturali.