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Serenità e pace

E diceva che moriva martire e volentieri ()

Giordano Bruno eroe del pensiero meridiano e mediterraneo

al servizio di una scienza ecologica non riduttivista

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι
μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.
E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce.
Giovanni,III,19

Ne La ginestra o il fiore del deserto, Leopardi lascia intravede un senso all’azione umana nella storia, superando quella sua precedente assoluta chiusura al senso del progresso storico.

In Giovanni, il senso del testo biblico è che gli uomini preferirono le tenebre del peccato piuttosto che la luce della salvezza.

In Leopardi, la chiave di lettura è di tipo illuminista: gli uomini, per paura di rimirare la verità, vogliono le tenebre, costituite dal rifiuto della autentica conoscenza; conoscenza che può, secondo lui, illuminarsi solo alla luce della ragione.

Il fiore del deserto cresce lento ma instancabile sull’arida schiena del mortal Vesevo, lungo un terreno ostile, dove la lava costituisce fonte di fertile concime ma anche, in un medesimo momento scandito nella dimensione del kairos, eterno ammonimento a memoria della potenza distruttiva del vulcano.

Sulle pendici del nostro Vesuvio, la ginestra si muove proprio come Sisifo che, come per sempiterni calli, sale perennemente e inutilmente la montagna infernale per espiare la propria condanna eterna. Alle potenze distruttive, sia la ginestra (col suo colore vivo e col suo profumo) che Sisifo (con la sua instancabile coscienza e forza d’animo), sembrano saper opporre una resistenza: il fiore grazie alla propria umiltà e alla consapevolezza della propria debolezza e del destino che l’attende alla prossima eruzione; il titano grazie a quella forza interiore che – secondo la splendida interpretazione di Camus -, con la sua condanna prende coscienza dei propri limiti e prende su di sé il proprio destino.

La Ginestra è il simbolo di chi guarda in faccia, con coraggio, la verità della condizione umana e non si fa illusioni consolatorie, non religiose ma manco laico-progressiste.

Sisifo è il simbolo di chi dopo aver guardato coraggiosamente in faccia alla propria condizione esistenziale – incastrata in una fatica esasperante, inutile e senza scopo, dai più non compresa – è comunque felice perché vive in pienezza la propria condizione esistenziale.

Oggi, per la Scienza umana – lì dove già siano ormai stati messi da parte i limiti dogmatici imposti da tante religioni – è pure ancora necessario il superamento dei limiti imposti da potenti dogmi laico-progressisti.

Nella Storia non sono mancati uomini formidabili che ci hanno già indicato una possibile e potente via da percorrere in tal senso.

Una via che tenga legata la scienza tecnologica con la scienza del sacro.

Una via che faccia da collegamento e da corpo calloso che tenga insieme il cervello sinistro con il cervello destro.

Una via che superi l’atteggiamento dualistico e riduttivista della scienza tecnologica moderna.

In assoluto, uno dei personaggi storici più antidogmatico (ma anche più profondamente religioso e perciò accusato d’ogni eresia), è stato Giordano Bruno, un campione del pensiero umano, mandato al rogo la mattina del 17 febbraio 1600, con una mordacchia (una sorta di museruola!) che gli mordeva la lingua e non gli consentiva più di esprimere le sue parole ritenute eretiche da un’Inquisizione miope, presuntuosa, potente e disumana. Ma le sue idee erano da lui stesso già state seminate in tutt’Europa, grazie ai suoi viaggi instancabili e ininterrotti e ai suoi scritti pubblicati con entusiastico vigore.

Il seme della sua anima era stato piantato perché nuovi Mercuri potessero tornare nel futuro ad illuminare l’errante genere umano preso tra la morsa di una scienza che non riconosce il metafisico e una religione che non sa più riconoscere il sacro.

Araldo di un pensiero filosofico e scientifico che affondava le radici nell’esoterismo di scienze sacre e nel pensiero meridiano e mediterraneo dell’antica Grecia (tipologia di pensiero successivamente intuita anche da Nietzsche), già nel 1500 Giordano Bruno proclamava le proprie idee, giudicate allora eretiche dal consesso umano detentore del potere, e che oggi sono invece alla base delle nostre più avanzate frontiere di ricerca scientifica.

Basti solo pensare al Nostro con i seguenti punti di riflessione, di attualissimo interesse scientifico, e che il Nolano aveva già intuito e affrontato con i suoi potenti mezzi conoscitivi:

– la concezione fisica dell’universo; qui Giordano Bruno aveva lottato e fu condannato per la sua idea di infinità dei mondi e di un Universo in cui non solo la Terra ma neanche il Sole fossero al centro, bensì di un universo in cui come logica conseguenza dell’infinito, il centro era in ogni luogo e in nessun luogo! Oggi tali concetti sono teorie accettate (forse anche troppo facilmente!) sia dalla fisica astronomica che da quella quantistica;

– le più attuali basi teoriche e scientifiche delle neuroscienze; qui il Nostro aveva sviluppato una modalità conoscitiva del mondo sintonica e sovrapponibile al concetto neuroscientifico di embodied mind; infatti, la modalità di conoscenza profonda esaltata da Giordano Bruno (che affiancava al pensiero razionale e intellettuale la potente capacità conoscitiva che si attua attraverso il proprio corpo utilizzato nella potenza dei suoi sensi, come mezzo di conoscenza, esperienza fattuale ed esperienziale del mondo stesso e di se stessi), come strumento e artefatto naturale utile e predisposto per conoscere ed entrare in contatto con la realtà fuori e dentro di noi, teneva conto di un modo non solo intellettuale di ragionare su cose e concetti, ma anche di un modo attuantesi attraverso la diretta esperienza corporea, in grado di apportare una profonda e incarnata esperienza nell’anima/materia corporea, grazie ad esperienze fisiche eroiche (cioè guidate dall’amore/eros che stabilisce le corrispondenze e i vincoli nell’apparente divisione e moltiplicazione infinita del Mondo Uno e Monade), e quindi soprattutto di quelle esperienze intense vissute dalla nostra mente incarnata, come quelle di dolore e sofferenza o di gioia ed esaltazione; tale mezzo di conoscenza filosofica e scientifica del mondo, che utilizza il proprio corpo come mezzo conoscitivo – utilizzato dal filosofo con un furore eroico -, poteva aprire le porte alla più profonda possibilità umana di conoscenza del mondo stesso e di sé; in tal ottica e fatti i dovuti distinguo in ordine al differente grado di infinità in gioco (altro concetto ben noto a Giordano Bruno ma poi scoperto dalla matematica e geometria moderna solo dopo i limiti dei lavori sugli insiemi di Cantor), l’uomo può accostarsi al divino, avendo la possibilità di accedere a una forma di conoscenza simile (ma mai uguale e sempre infinitamente distante!) a quella divina, quindi una conoscenza all’ombra delle idee che sebbene umbratile, può lasciar immaginare all’uomo l’Infinito (divino).

Anche in tal campo, il Nostro aveva ben chiaro un principio negletto dalla scienza e dallo scientismo moderno: che la conoscenza umana (anche la più somma e tecnicamente utile) potrà sempre e solo avvenire all’ombra della metafisica, e che mai potremo scalare e ridurre (in questo Giordano Bruno è precorritore delle Scienze della Complessità, che vedono nel riduttivismo uno dei maggiori limiti alle possibilità concesse alla conoscenza umana del mondo).

Tale forma di non-riduttivismo, portava il Nostro anche ad una immensa forma di tolleranza religiosa, pur sempre affiancata da una profonda aristocraticità spirituale che infine lo allontanò in maniera irrimediabile e inconciliabile da quel consesso umano che tutto cercava di omologare e banalizzare per paura e ignoranza! In tal campo religioso, sebbene accusato di ateismo dall’Inquisizione, Giordano Bruno ebbe una profonda e assoluta concezione del divino che solo in pochi possono concepire!

– le più illuminate avanguardie scientifiche che stanno ponendo le basi per nuovi modi di guardare il mondo, di ricercare la conoscenza e stabilirne i limiti invalicabili per la nostra specie, e spingere progressivamente l’azione ecologica umana entro una dimensione di sostenibilità ontologica e etica.

Dopo Giordano Bruno, altri personaggi (e solo per citarne alcuni, vorrei ricordare almeno Goethe, Nietzsche Jung e Bateson) in maniera più o meno autonoma percorsero simili strade del pensiero.

Con Goethe, abbiamo avuto il tentativo, non ancora accolto dal consesso umano, di coniugare arte e scienza, spirito e materia; un nuovo modo di fare scienza organica e complessa!

Con Jung, le radici ultime di ogni conoscenza vengono affondate nella psiche, la quale è una realtà oggettiva accessibile alla ricerca mediante i metodi propri delle scienze naturali.

Con Bateson, il pensiero ecologico e la ricerca scientifica portati avanti con gli strumenti delle Scienze Complesse, riescono ad affrontare temi ostici per le ancora imperanti scienze, quali il rapporto tra psiche e materia (per lui descrivibile con la magnifica intuizione mutuata da Korzybski in termini di relazione mappa-territorio, ma che già era stata in un senso profondo sviluppata da Giordano Bruno nel De Umbris Idearum), la concezione del Sé come principale agente conoscitivo e luogo di incontro di Creatura e Pleroma (riprendendo qui temi gnostici cari anche a Jung e Bruno stesso), la Religione ed il Sacro, che pure vengono affrontati con un metodo scientifico non riduttivista, che cerca fino al fondo delle possibilità umane di lasciare intatta tutta la pienezza e complessità di questi campi duri della conoscenza umana.

Se vogliamo davvero comprendere l’Uomo e la realtà che egli costruisce intorno a sé, dobbiamo riappropriarci di quella intuizione del Nolano che: altro è giocare con la geometria, altro è verificare con la Natura (Cena delle Ceneri).

Dobbiamo fare i conti con fenomeni con cui si sta cimentando la fisica quantistica e la biosemiotica, e che hanno sempre atterrito o esaltato le coscienze e gli intelletti umani!

Trattando questi fenomeni, succede che: quando formule scientifiche ma dogmatiche e ragione scientifica ma riduttivista, tentano di sostituirsi al principio irriducibile del complesso e ai limiti intrinseci dell’intelletto umano, ecco che il fuoco dell’anima si spegne e che l’uomo rimane vuoto e desolato a guardare in faccia una presunta vittoria che invero è una sconfitta infinita.

Così, allo stesso modo, se non viene con cura custodita la dimensione metafisica (affidata per lo più al cervello destro ma a cui può dar vicarianza il cervello sinistro se allenato da un profondo studio e da una eroica logica) che come esseri umani ci definisce nel più profondo del nostro essere quel che siamo (esseri diversi da computer!), allora l’uomo passerà alla disumanizzazione della vita e a distopiche forme di transumanesimo, dove viene visto possibile – e magari vantaggioso per qualcuno – poter recidere quelle radici che solo gli stolti possono pensare di sradicare senza perciò stesso uccidere la stessa pianta umana; sradicare l’uomo dall’umanità, significherà svuotare l’uomo, lo scienziato e il ricercatore dei propri daimon, facendoli operare ed esistere senza più la pienezza di uno scopo.

Allora, gli uomini avranno finalmente commesso il più profondo peccato: avranno spezzato l’unità inviolabile e inesprimibile del Tutto.

Avranno sradicato quel tormento inesauribile dell’anima, che solo ci spinge verso la conoscenza del mondo e il suo miglioramento.

Avranno ucciso quei due figli che Sant’Agostino aveva fatto nascere alla speranza: lo sdegno e il coraggio; lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle.

Fu così che il Nostro, nuovo Mercurio in Terra, si trovò a dover fare un conto e un calcolo difficile per l’intelletto ma semplice per il suo cuore: o vivere la via di tutti e perdere così la propria anima o battagliare fino alla morte per tenere viva la propria anima.

Giordano Bruno decise di bere di quella vita eroica che scaturisce dal contrasto assillante delle due forze che se la contendono.

Il Nostro mentre ancora viveva sulla Terra e tra gli uomini, già li stava abbandonando, non inchinandosi al dogmatismo religioso e scientifico, né riconoscendo quel nomos, quelle regole e leggi scellerate e immorali, che stabilite dal consesso dell’umano volgo, esigevano, allora come oggi, di essere – con la genuflessione d’uso verso il potere imperante e autoreferente – fiero delle proprie non performanti e distruttive regole.

Il Nostro, scelse una vita eroica fatta di dubbi e di certezze, di disperazioni e di esaltazioni, e talora o tante volte, anche di rassegnazione e disperazione.

Fu la sua, una vita eroica, che iniziò con la ingenua e intima certezza di potere rendere più lieve la permanenza umana su questa nostra Terra, attraverso la ricerca e la condivisione di verità luminose a lui chiare in quanto nuovo Mercurio in Terra e terminò col rogo a cui infine volle più lui andare che gli uomini mandarcelo.

Tra carcere, torture e le più immani sofferenze che i suoi simili potessero infliggergli, in Nostro capì che doveva abbracciare quella mente sacra con fede (suo unico dogma!); doveva assecondare, da abile auriga di anima furente ed eroica, il moto di quel suo daimon che gli comandava di portare a termine un’alta, difficile e rara impresa, e che questa si sarebbe conclusa con la schiacciante evidenza che gli uomini non vogliono, e forse molti neppure possono, accogliere in sé più di quel tanto di luce a cui ogni anima aspira per raggiungere la sperata pace e serenità, piuttosto che la pienezza assoluta dell’essere!

Infatti, il branco famelico del consesso umano e dei più, oltre quel poco di luce, non volevano verità scomode e difficili da portare, come croci sul Golgota.

Perciò, la luce più che le tenebre, dovevano essere scacciate come nemico pericoloso dagli inquisitori d’ogni genere e sorta.

Ho lottato ed è molto: credetti di potere vincere, ma la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. Ma qualche cosa è già l’esser stato in campo: giacché vedo che vincere è nelle mani del fato. Ma in me fu quel che poteva e che nessuna delle generazioni venture mi negherà: quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile; aver preposta una morte animosa a una imbelle vita. (Giordano Bruno, De Monade)

Beniamino Casale, responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – AO dei Colli – Ospedale Monaldi.

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