Sociologia del rito.

I riti (o rituali) rivestono ruolo fondamentale all’interno di società, comunità ed organizzazioni: ad essi spetta il compito non solo di rinnovare o riconfermare gli equilibri esistenti, ma anche quello di favorire il coinvolgimento collettivo, attraverso la condivisione e la partecipazione.

Lo studio dei riti è riconducibile alla sociologia (che definisce macro-rituali tutte le azioni finalizzate alla coesione interna e alla continuità delle forme sociali collettive) e all’antropologia, sebbene non sempre ci sia stato accordo tra i rappresentanti delle due discipline: il sociologo Emile Durkheim attribuiva ai rituali la funzione di favorire e mantenere il consenso sociale di massa; l’antropologo Arnold Van Gennep, di contro, affermava che i riti favoriscono il passaggio da un ruolo sociale ad un altro.

Digitando le parole riti e rituali su un qualunque motore di ricerca online, quasi tutte le pagine riportano ai riti di carattere religioso, relegando le altre forme di rituali solo a ricerche più approfondite: i rituali, del resto, sono fortemente legati alla religione e all’ ambito del sacro.

Accanto ai rituali di tipo religioso, ce ne sono, però, altri che accompagnano da secoli la storia dell’uomo. Tra questi, i riti di passaggio e di iniziazione, i riti propiziatori (detto anche apotropaici, dal greco “allontanare”) e quelli dello scambio di doni sono i più importanti.

In sociologia, il rito religioso è una forma di azione sociale che periodicamente ricrea sentimenti di appartenenza e rigenera gli oggetti sacri che lo simboleggiano (si pensi, ad esempio, alle celebrazioni della Domenica delle Palme e ai rami di ulivo che vengono benedetti e portati in dono in segno di pace). Anche la celebrazione della Santa Messa per la maggior parte dei cristiani è un rito: la domenica ci si reca in Chiesa per raccogliersi in preghiera e confermare la propria Fede.

Il rito di passaggio contraddistingue, appunto, il passaggio di un individuo da uno status sociale all’altro e, spesso, tale passaggio è legato a fattori biologici (ad esempio, all’inizio dell’età fertile): il rito di iniziazione è il rituale maggiormente affine a quello di passaggio.

Negli studi sui riti di iniziazione, Arnold Van Gennep ha evidenziato che essi avvengono attraverso tre stadi: separazione, transizione, reintegrazione; nella prima fase l’individuo sottoposto al rituale viene allontanato dal luogo in cui si trova, nella seconda fase attraversa un passaggio simbolico che segna il cambiamento (il nuovo inizio), nella terza fase viene integrato nel suo nuovo status.

La caratteristica dei riti di iniziazione è che il passaggio (II fase) può avvenire attraverso il superamento di una prova (talvolta pericolosa) o con l’apposizione di segni (spesso permanenti) sul corpo; si pensi alle “prove” di coraggio che alcuni gruppi (soprattutto di adolescenti) chiedono di superare a chi voglia farne parte.

Nell’antica Grecia esistevano i Giochi di iniziazione che altro non erano se non dei rituali che traghettavano le fanciulle ed i fanciulli verso l’età adulta, utilizzando il gioco della tartaruga (χελιχελώνη) e del calderone (χυτρίνδα).

Il rito propiziatorio trova origine nell’età antica e si utilizza per attirare la fortuna e allontanare la sfortuna. Ancora oggi in uso, appartiene soprattutto al folclore di alcune società, divenendone un simbolo. Si pensi al rito dell’attivazione del corno a Napoli: la simpaticissima usanza vuole che il cornetto, rigorosamente regalato, per essere foriero di buona sorte debba essere attivato.

Il corno, per essere efficace, deve essere rigido, storto ed appuntito, possibilmente di ceramica o di terracotta: nel momento in cui si romperà, significherà che avrà adempiuto al suo compito, attirando a sè tutte le negatività.

Uno volta ricevuto in dono il Corno, questo deve essere attivato in modo molto semplice: occorre “pungere” con la punta del cornetto il palmo della mano sinistra di chi lo riceve.
Inoltre, chi ha ricevuto il corno, deve recitare la famosa frase di Totò:
Quello che vuoi per me, il doppio lo auguro a te.

Il rito dello scambio dei doni per Emile Durkheim simboleggia l’unione tra individui e tra i membri delle comunità. Nel dono è insito il NOI sociale. Allo stesso tempo, però, il dono crea vincolo e costrizione: chi dona esercita un potere su chi riceve: Ho ricevuto un regalo, devo ricambiare, mi sento in obbligo.

Sebbene ci siano rituali, tipici di società meno evolute, che fanno inorridire la civiltà occidentale (si pensi alla pratica della mutilazione genitale femminile che si tramanda di madre in figlia e che, per quanto violenta e cruenta, si configura nei riti di iniziazione), la maggior parte dei riti rappresentano l’identità di un popolo, ne contraddistinguono la storia, ne favoriscono il senso di appartenenza.

Dietro ogni tipologia di rito si celano l’identità di una etnia, l’attaccamento ai costumi, il rispetto per la cultura…

Ogni rito racconta una pagina della storia di un popolo… può trattarsi di una pagina breve o di una pagina lunga, accattivante o banale, ricca di aneddoti o priva di fatti salienti, ma in qualunque caso, sempre e comunque, nelle righe che la compongono c’è la storia di una comunità che, attraverso i suoi rituali, si perpetua nel tempo, rigenerandosi del suo stesso passato.

Rosa Maria Bevilacqua Sociologa A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati” Avellino Docente Corsi di Laurea Professioni Sanitarie Università della Campania Luigi Vanvitelli Master in Medical Humanities perfezionamento in Malattie Rare e in Bioetica.