Sono d’accordo con te, dice chi è povero

Luglio 1, 2022 by rubrica: Storie incredibili

Ovvero: della scala di civiltà di un popolo

La scala di Kardašëv è un metodo di classificazione delle civiltà in funzione del livello tecnologico, proposto nel 1964.

Qualcuno più prosaicamente ritiene che il grado di civiltà si evinca dai gabinetti pubblici.

Altri considerano come indicatori i livelli di aggressività o di illegalità; altri ancora danno importanza all’entità degli elementi discriminanti («discrimen» derivato di «discernere», distinguere, separare); altri alle risorse destinate all’assistenza sanitaria; altri al grado di democrazia; altri al grado delle libertà; altri alle espressioni culturali ed artistiche; altri al particolare riguardo degli ecosistemi. Eccetera, eccetera.

La classificazione del grado di civiltà dei popoli antichi si limita invece a considerare, in sostanza, il livello tecnologico ed il grado di aggressività: sono luoghi comuni per gli Egizi le piramidi, per i Babilonesi la Torre di Babele ed i giardini pensili; per gli Assiri l’inaudita aggressività. Di Abramo viene narrata l’invenzione dell’aratro seminatore a corollario delle cause di una carestia determinata da uccelli che si cibavano del seminato. Delle tecniche di agrimensura fiorite sulle rive dei grandi fiumi alluvionali ci restano solo tracce indirette. Se per noi sono date memorabili la Scoperta dell’America e la Rivoluzione Francese, per quegli antichi popoli furono fondamentali le scoperte della ruota, del bronzo e del ferro, che li fecero uscire dall’Età della Pietra.

Eppure parimente importanti ai fini della valutazione della civiltà di quei popoli sono i parametri derivanti dall’evoluzione giuridica ed etica di cui ci sono pervenute indubbie testimonianze.


L’evoluzione giuridica

Dalla lettura dei codici pervenutici dall’Oriente Antico è evidente la globalizzazione culturale coinvolgente tutti i popoli, appena superavano lo stadio della barbarie. Le differenze sostanziali, che pure esistevano, si sostanziavano per la codificazione delle pene piuttosto che dei delitti, già universalmente riconosciuti. La severità delle pene era maggiore là dove il livello di evoluzione era più arretrato: presso i Sumèri, che sono il primo e più antico dei popoli ove la civiltà aveva raggiunto le espressioni più elevate, si era giunti persino a irrogare sanzioni di carattere amministrativo per reati che ancora oggi, spesso, prevedono pene detentive, se non corporali; laddove, invece, era ancora prevalente l’organizzazione sociale di tipo tribale, e vigeva uniformemente la legge del taglione con varie espressioni di severità, a seconda, per l’appunto, del grado di evoluzione sociale. L’involuzione dei Sumèri fece seguito all’invasione subita ad opera dei barbari Akkadi; il processo si ripetè poi quando i Babilonesi predominarono sugli Akkadi e poi ancora quando gli Assiri sconfissero i Babilonesi (da osservare che Akkadi, Babilonesi, Assiri, ed anche Israeliti e Arabi sono tutti popoli di origine semita).

Così C. W. Ceram (Civiltà sepolte, pag. 368): “Il Codice di Hammurabi, pervenutoci con la Stele di Susa, è in sostanza una compilazione delle norme legislative e dei costumi degli antichi Sumèri. In questa raccolta ci stupisce, come particolarmente moderna, l’elaborazione di un chiaro concetto della colpa e la forte accentuazione di punti di vista strettamente giuridici con una relativa limitazione del precetto religioso [laicità dello stato]. La vendetta cruenta, in vigore presso tutte le successive civiltà e […] fino al nostro secolo […], era abolita dalle leggi di Hammurabi; lo Stato ‐ questo punto costituisce l’aspetto più moderno della stele di Susa ‐ subentrava all’individuo per vendicare l’ingiustizia […]. L’influsso delle leggi di Hammurabi si risentì fin nel codice di Giustiniano ed in quello di Napoleone.”

Gli Hittiti, popolo di origine indoeuropea, che abitavano l’attuale Turchia, comparvero sulla scena dell’Oriente Antico già con una propria evoluzione giuridica più liberale rispetto ai popoli semiti.

Gli Egizi, che fecero il loro ingresso nella storia assieme ai Sumèri, non avendo patito, se non in piccola parte e per breve tempo, l’invasione culturale dei popoli semiti, appaiono aver mantenuto sostanzialmente immutato sin dalla loro comparsa un elevato livello di civiltà giuridica: tuttavia non ci è pervenuto un codice egiziano, che pure doveva essere molto minuzioso. Anche presso gli Egizi era prevista la pena di morte per reati molto gravi e, fra questi, la corruzione dei giudici nell’amministrazione della giustizia; ai personaggi di rango elevato si permetteva di darsi la morte personalmente; ai funzionari corrotti si tagliavano il naso o le orecchie (pratica comune anche in Mesopotamia, ove era usata anche la marchiatura ben visibile dei colpevoli, come ci testimonia il marchio imposto a Caino) o, per i casi più lievi, si ricorreva alla bastonatura; in caso di furti, invece di pene corporali, si ricorreva a sanzioni che consistevano nell’obbligo di restituire, anche più che triplicato, il valore delle cose rubate.

Israele, la cui identità storica si concretizzò verosimilmente agli inizi dell’ultimo millennio precedente l’era cristiana, rielaborò le esperienze e le culture di tutti i popoli vicini (quindi anche dei Fenici e ‐ tuttavia in proposito mancano testimonianze storiche ‐ dei cosiddetti «Popoli del Mare», pervenuti sulle sponde orientali del Mediterraneo intorno al 1200 a.C.). La Torah sin dalla sua redazione, che riconosce come legislatore Mosè, appare testimoniare un processo evolutivo già avanzato: pur riconoscendo da un punto di vista ideologico e formale le proprie radici culturali semitiche nella «cultura del taglione», la Torah, sostanzialmente ne prese le distanze. La cultura etica di Israele, costituì poi un pilone del ponte che dall’Oriente si proiettò sul Mediterraneo con l’avvento del cristianesimo. Tuttavia la ricostruzione storica sin qui fatta sarebbe mutila se non ribadissimo che il cristianesimo aveva trovato in Occidente una civiltà giuridica già pienamente affermata che aveva le sue radici nella cultura ellenistica e romana e, prima ancora ellenica, di origine, ancora una volta, pure essa, egizia.


La Legge del taglione ed il Corano

Per ogni cosa proibita vi è un taglione” (Cor 2, 194). Così, a commento, H. Küng (Islam, pag. 187): “Il Corano non abolisce la vendetta di sangue: «la legge del taglione è garanzia di vita» (Cor II, 179); ma il Corano la limita in duplice maniera: solo il colpevole stesso deve essere ucciso; solo il parente prossimo dell’ucciso (difensore del sangue) è autorizzato in linea di massima alla vendetta di sangue. Inoltre il Corano non fa valere la vendetta cruenta come unico mezzo giuridico, nel caso di spargimento di sangue. Queste sono le richieste craniche per la nuova comunità: la punizione non deve essere più pesante dell’azione da punire; la ritorsione può essere esercitata purché, invece del sangue venga accettato, se possibile, del denaro («denaro di sangue o di castigo»); qualora la punizione abbia luogo, la controversia deve essere considerata risolta.”

Così, allo stesso proposito, G. Mandel (Il Corano, pag.707 e 783 e 827):                                            

La Legge del taglione era una forma primitiva di diritto privato presso molti popoli […], inizialmente coinvolgente tutto il clan della vittima, mettendolo nell’obbligo, per ragione di sangue comune o consanguineità tribale, di vendicarsi su qualsiasi membro del clan dell’assassino”. Il Deuteronomio (25, 11-12) ordina di tagliare la mano della donna colpevole d’un cattivo gesto nei riguardi d’un uomo; il Codice di Hammurabi impone il taglio di ambo le mani per molti crimini. Nell’Islam la pena era comminata solo alla terza condanna e rammento che per la condanna occorrevano i testimoni. «Vita per vita, occhio per occhio» del versetto 45, sura 5 è il risarcimento da intendersi nel senso non letterale, cioè non togliendo un occhio a chi lo ha tolto, ma nel senso che egli divenga l’occhio di colui cui lo ha tolto; ossia che quando si procura un danno permanente che ne impedisce una attività regolare, si provveda per tutta la vita a quelle necessità cui la persona menomata non è più in grado di provvedere.”

Le parole di Gesù riportate da Matteo (5, 38‐39) ‐ «Avete inteso che fu detto occhio per occhio e dente per dente, ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» ‐ non erano sfuggite al Profeta che le fece proprie: “Non sono cosa uguale il bene ed il male, ma tu respingi il male con un bene più grande e vedrai allora che colui che era a te nemico, ti sarà caldo amico” (Cor 41, 34‐35); ed ancora prima (Cor 5, 45): “Noi abbiamo prescritto vita per vita, occhio per occhio, naso per naso, orecchia per orecchia, dente per dente; per le ferite ci sarà il taglione; poi, chiunque vi rinuncerà per carità, ciò gli varrà una espiazione”.


L’evoluzione etica

Talune espressioni sublimi d’interpretazione etica raggiunte diversi millenni or sono nell’Oriente Antico ancora oggi obiettivi irrealizzati. La sensibilità per certe categorie ritenute estremamente fragili, come ad esempio quelle degli orfani, delle vedove e degli indigenti, sono pure un bagaglio culturale uniformemente acquisito in tutta l’area dell’Oriente Antico. La remissione periodica dei debiti e la cosiddetta periodica «rottura delle tavolette», equivalente ad amnistie ed a condoni penali ed amministrativi, erano ugualmente diffuse e riconosciute. Ma laddove stupore ed ammirazione coinvolgono anche emotivamente le nostre attitudini civili, sono magnificamente e ineguagliabilmente espresse dalla sensibilità dei Sumèri per i «diversamente abili» e degli Egiziani per la considerazione dei reati di furto commessi per fame. L’interpretazione che il Cristo fece di quell’etica rappresentò l’opposizione estrema alla cultura del taglione.


La considerazione dei disabili presso i Sumèri

            Ninmah prese l’argilla delle terre a nord dell’Abzu,

            creò un uomo, ma egli non teneva le mani dritte;

            Enki vide l’uomo, egli non teneva le mani dritte e decretò il suo destino:

            lo mise nel campo del re come servitore.

            La seconda creazione fu un uomo che sfuggiva la luce;

            Enki vide che l’uomo rifuggiva la luce e decretò il suo destino:

            ne fece un abile musicista e lo mise nel campo del re.

            Il terzo uomo che fu creato aveva i piedi che non funzionavano;

            Enki allora vide che l’uomo non sapeva usare i piedi:

            lo rese un grande lavoratore dell’argento lucente.

            Il quarto uomo non sapeva trattenere l’urina;

            Enki vide che l’uomo non tratteneva l’urina:

            lo fece giacere nell’acqua che scacciò il suo male.

            Il quinto era una donna che non poteva partorire;

            Enki vide che la donna non era in grado di partorire:

            ne fece un’ancella nella casa della regina.

            Il sesto era un essere senza pene né vagina;

            Enki vide che l’essere non aveva pene né vagina e ne decretò il destino:

            lo chiamò «dono di Nippur» e ne fece un attendente per il re.


La considerazione dei poveri in Egitto

Sono d’accordo con te, dice chi è povero

            La violenza è propria di chi ha bisogno,

            il rubare è proprio di chi non ha niente:

            il rubare di chi è in strettezze,

è un’azione cattiva per chi non ha bisogno!

Non gli si deve porre a biasimo d’averlo cercato.

Ma tu invece sei sazio del tuo pane,

ubriaco della tua birra,

tu sei ricco! (L’Oasita Eloquente)    

Non mi sono accanito sul povero” (cap. CXXV del Libro dei Morti).

Ho dato pane all’affamato ed acqua all’assetato” (Papiro Nû).

Ho dato vesti all’ignudo” (ibidem).

Ho dato una barca al naufrago” (ibidem).

Se trovi un grande debito di un povero, fanne tre parti, tralasciane due e fanne restare una: il mattino lo troverai come una buona notizia”.


Il maiale, la legge del taglione e la peste dei cinghiali

In maniera paradigmatica, maiale e legge del taglione non partecipano all’osmosi del «Continente Mediterraneo». Il Grande Mare non si lascia attraversare dal maiale in un senso e dalla legge del taglione nell’altro senso. Ancora oggi il maiale è bandito dalle tavole del «pianeta» musulmano, così come la legge del taglione dai codici dell’Occidente (anche se pure in Europa fu adottata la legge del taglione dalle società primitive che l’abitarono). E così pure in principio il maiale non era bandito in Oriente.

Così Erodoto (Storie, II, 47, 1‐4 e 48,1), a proposito del maiale in Egitto: “Il maiale viene considerato dagli Egiziani un animale impuro: se uno di essi tocca un maiale, suole andare ad immergersi con tutti i vestiti nel fiume; i porcari, pur essendo nativi dell’Egitto, soli fra tutti, non possono entrare in nessun tempio dell’Egitto né alcuno vuol dare loro in moglie una figlia né prender moglie tra loro […]. Solo a Selène e a Dioniso [Iside e Osiride] nello stesso periodo e nel medesimo plenilunio sacrificano porci […]. Dei maiali sacrificati a Selène vengono bruciati coda, milza ed omento assieme al grasso che sta attorno al ventre. Si cibano poi di ciò che resta nel giorno del plenilunio in cui sacrificano le vittime, mentre in un altro giorno non ne assaggerebbero neppure. Invece in onore di Dioniso, alla vigilia della festa, ognuno, immolato dinanzi alle porte un porcellino, lo dà da portar via a quello stesso dei porcari che glielo ha venduto.

Ancora Erodoto (IV, 63): “gli Sciti non fanno uso di maiali e non vogliono neppure allevarli nel loro paese”. Invece il tabù religioso/alimentare del maiale era estraneo agli Hittiti, popolo di origine indo-europea, stabilizzatosi sugli altopiani centro-anatolici. Per la verità il tabù era estraneo a tutta l’area mediterranea, nord‐europea e mesopotamica ‐ si ricordi che Eumeo fu il porcaro di Odisseo, che il figliol prodigo, emigrato dalla sua terra, trovò lavoro con un padrone che “lo mandò nei campi a pascolare porci” (Lc 15, 15). In realtà il tabù riguardava quasi specificamente l’area siro‐israelita, araba ed egizia. Il fatto che il maiale non si prestava ad essere allevato da popolazioni nomadi in ambienti aridi ‐ motivo addotto da alcuni ‐ non spiega la presenza del tabù in Egitto. Noi riteniamo d’aver trovato la causa del tabù in un brano delle Historiae di Tacito (V, 4): «Si astengono dalla carne di maiale a ricordo del flagello, perché li aveva colpiti un tempo la lebbra, a cui quell’animale è soggetto». Verosimilmente non si trattava di una epidemia di lebbra, ma di scabbia, di rogna o di peste nera e ciò all’indomani di una «pestilenza che abbattutasi sugli Egiziani, ne deturpava i corpi» Tacito (ibidem, V, 3). La peste dei maiali diffusasi in Egitto e nelle regioni limitrofe ne fece considerare per sempre immonde le carni.

Domenico Casale, cardiochirurgo di professione e contadino per passione, esperto di mitologia e testi sacri multiculturali, scrittore.

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