Sperimentazione animale: incolmabile divario tra scienza ed etica.

La sperimentazione animale consiste nell’ utilizzo di animali negli esperimenti di laboratorio; essa, fondamentalmente, ha due finalità: lo studio di farmaci, pratiche e terapie che saranno, successivamente, destinati all’uomo e l’approfondimento di conoscenze in ambito medico e clinico.

La sperimentazione sugli animali è vietata per i prodotti cosmetici, in quanto esistono dei metodi in vitro per testare tali prodotti e il profilo di rischio dei cosmetici non è così elevato da richiederne la sperimentazione in vivo.

La tematica sull’ uso degli animali da laboratorio, in Italia, è da sempre oggetto di riflessioni molto profonde, anche in relazione alla severità, nel nostro Paese, della normativa che ne disciplina l’utilizzo: nel febbraio dello scorso anno il matematico Nicola Bellomo, Presidente di Gruppo 23 per la Ricerca Scientifica (Associazione che raggruppa i ricercatori italiani più citati nella letteratura scientifica mondiale), sottolineava quanto fosse assurdo che il Ministero della Salute, da sempre promotore di studi e ricerche, non si fosse mai preoccupato di emanare provvedimenti meno rigidi per favorire l’utilizzo di animali per le sperimentazioni cliniche.

Con la stessa veemenza veniva, inoltre, denunciato il ritardo con cui spesso l’Italia partecipa agli studi sperimentali, causato, appunto, dalle lungaggini legate all’autorizzazione ad utilizzare cavie da laboratorio.

Le specie usate in laboratorio sono moltissime: topi, soprattutto, ma anche scimmie, cani e gatti. Vengono utilizzati, inoltre, animali invertebrati (come i vermi), ma per questi non esiste una anagrafe e neanche norme che ne regolino l’impiego, motivo per cui risulta impossibile quantificarne la quantità.

La sperimentazione animale si svolge esclusivamente in centri autorizzati dal Ministero della Salute e nel rispetto di protocolli rigidi e severi che contemplano il  principio delle 3R: Replace, Reduce, Refine ( sostituire, ridurre, perfezionare), il che significa che i ricercatori devono riferire agli organi competenti se ci sia un metodo alternativo per sostituire l’esperimento con animali, in che modo si cercherà di ridurre il numero di animali utilizzati e come si prevede di perfezionare le condizioni degli animali, minimizzandone il dolore e la sofferenza.

Purtroppo, ad oggi, per molte ricerche non esistono alternative all’utilizzo di animali; non tutti gli studiosi, tra l’altro, sono concordi sul fatto che il modello animale riproduca sempre e fedelmente quello umano, in relazione ad effetti collaterali ed efficacia di farmaci e trattamenti medici: talvolta, anzi, si rischia di avere risultati inutili o addirittura fuorvianti.

Al di là delle idee personali, come spesso accade, è difficile colmare il divario tra etica e scienza: la ricerca scientifica ancora non può fare a meno della sperimentazione sugli animali, ma neppure può esimersi dal considerare gli aspetti etici della questione.

Naturalmente, non si può pensare di bloccare le sperimentazioni cliniche.

Sarebbe, allora, auspicabile che i ricercatori dedicassero una parte dei loro studi alla ricerca di modelli non animali, così come avviene già per i cosmetici, nel rispetto delle differenze che caratterizzano farmaci e prodotti estetici.

Probabilmente si tratta di utopia piuttosto che di possibilità concreta, però almeno, sapere che qualcuno stia provando a trovare un’alternativa, aiuterebbe a dare un significato il più possibile etico al sacrificio dei piccoli, indifesi ed inconsapevoli animali.

Rosa Maria Bevilacqua Sociologa A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati” Avellino Docente Corsi di Laurea Professioni Sanitarie Università della Campania Luigi Vanvitelli Master in Medical Humanities perfezionamento in Malattie Rare e in Bioetica.