Storia di un presidio ospedaliero

Nicola Manna, autore del libro Elena Di Toro,precisa nella introduzione del suo libro che esso nasce, in tempi di Covid, per la necessità di ricostruire il passato sapendo cogliere e apprezzare quanto di valido il presente ci palesa.

La maniera più opportuna per portare avanti tale ambizioso progetto è quella di raccontare la storia di un presidio ospedaliero e alcuni pensieri attribuiti a Elena Di Toro, donna di esemplare virtù, che lui ha conosciuto durante il periodo lavorativo presso il Presidio Ospedaliero SS. Annunziata di Napoli. L’opera infermieristica della donna è andata ben oltre la dedizione al proprio lavoro in quanto si è impegnata per la tutela dell’infanzia contribuendo alla nascita di una nuova umanità.

Ricordiamo che a partire dal 1300 il Complesso ospedaliero ubicato nella Real Casa Santa della SS. Annunziata di Napoli ebbe come compito innanzitutto l’accoglienza e l’assistenza dei neonati abbandonati.

Fu al suo interno che si svolse l’attività di Elena Di Toro.

L’Autore, che è stato funzionario amministrativo del Presidio Ospedaliero SS. Annunziata per circa 45 anni, fa partire la sua ricostruzione storica dal giorno del trasferimento della Terapia Intensiva Neonatale dal suddetto ospedale alla sede universitaria. Era lì che erano curati gli immaturi, cioè i neonati che alla nascita o all’ingresso nell’Istituto, pesavano meno di due chili e mezzo e avevano una statura inferiore ai 47cm. In quel reparto erano curati anche i neonati provenienti da altri istituti.

Mediante il racconto è ripercorsa una delle tradizioni di assistenza alle donne più antica e importante di Napoli. Attraverso la lettura a partire dalla fondazione, al percorso regio, alla seconda guerra mondiale, si può scorgere il cambiamento storico-sociale che ebbe la sanità e soprattutto i provvedimenti moderni che con grande impegno, dedizione e sacrificio furono posti in essere.

Dopo la II guerra mondiale la situazione a Napoli era davvero drammatica, condizioni di miseria e di degrado sociale ebbero la loro nefasta influenza anche sui bambini e aumentò molto la prostituzione in quanto le donne cercavano di procurarsi in tutti i modi i beni di prima necessità per la propria famiglia. Anche le adolescenti erano a volte spinte proprio dalle loro madri a prostituirsi.

È di quel periodo il fenomeno della “segnorina”, cioè di giovanissime che “accompagnavano” i militari per procurarsi derrate alimentari. Di conseguenza aumentarono malattie veneree, bambini illegittimi e si rese necessario adeguare la struttura all’accoglienza e alla cura dei bambini. E così fu.

Tra i provvedimenti ci fu quello di eliminare progressivamente il cosiddetto “baliato esterno” e di affidare in famiglia il lattante illegittimo tra il quarto e l’ottavo mese di vita, momento fondamentale per la strutturazione neuropsichica del bambino. Fu istituita la donazione e conservazione del latte materno e furono attuate alcune tra le più importanti vaccinazioni. Tutti i reparti furono modernizzati e adeguati all’assistenza delle donne nubili prossime a diventare madri.

Tra i provvedimenti assolutamente necessari vi era quello della formazione del personale di assistenza che fino ad allora aveva sempre avuto soluzioni approssimative facendo leva sul volontariato e sulla pietà. Si poneva il problema che per la sopravvivenza dei bambini fosse necessario personale qualificato. Si avviava, quindi, quel lungo processo nel quale poco alla volta le religiose furono sostituite da giovani infermiere.

Come nasce un presidio ospedaliero che funzioni? Fornendo apparecchiature ma, soprattutto, formando il suo personale senza il quale nulla di buono potrà essere attuato.

È in questa fase che va collocato il nostro personaggio. Durante il suo primo turno di notte la vediamo riflettere sulle aspettative degli uomini, su cosa sia la felicità e sulla presenza di Dio. E soprattutto sulla ricerca della verità: qualcosa che non si trova scritta ma è un’esperienza di vita, d’incontro.

Il ricordo è anche di quando ebbe l’incarico di caposala del reparto immaturi. All’ingresso dell’Istituto vi era un campanello, di bronzo, che era posto sopra la “buca” della ruota. In origine serviva a segnalare che un bambino era stato abbandonato, si dava un piccolo colpo e il suono della campanella avvertiva la “rotara” di turno che c’era un nuovo bimbo da accudire.

La Ruota era stato un provvedimento introdotto alla fine del XII secolo da Papa Innocenzo III per porre fine all’abbandono dei neonati nelle acque del Tevere o nei letamai. La Ruota poneva discrezione nei confronti della madre e rassicurava sulle sorti del nascituro.

Il nostro Autore pensa che la vista del campanello scuota profondamente Elena Di Toro.  

Agli inizi degli anni ’70 fu istituito l’Ente Ospedaliero Regionale ad Alta Specializzazione e iniziò per l’ospedale una fase di rinascita e consolidamento.

Nel 1996 arrivò per Elena Di Toro il momento del pensionamento ma non il termine della sua prestazione come volontaria al servizio dell’ospedale.

Il suo credere nella solidarietà, nella carità e nel rispetto per gli esseri umani, soprattutto per i bambini, la obbligavano, infatti, a non fermarsi e a continuare nel modo migliore.

Il racconto fornisce all’Autore l’occasione per esporre con dovizia e accuratezza i luoghi, veri e propri monumenti architettonici come quello della Cappella delle Anziane o dei battenti, delle piccole nicchie, degli altari nonché del campanile e via dicendo che fanno del Complesso un luogo artistico oltreché di cura e solidarietà. Nel libro sono presenti, inoltre, la descrizione di provvedimenti di culto come quello per la Madonna delle Scarpette e provvedimenti legislativi come il “fazzoletto volante”.

Sono mostrate anche delle foto di archivio della Casa Santa dell’Annunziata nonché alcuni documenti e attestati.

Il libro si divide in una prima parte in cui l’Autore esterna, secondo la sua impressione, i ricordi Elena Di Toro, la scelta della professione e gli operatori del settore. La sua ricostruzione, come già scritto prima, rappresenta una vera e propria fonte storica da cui si può apprendere, attraverso un racconto personale arricchito da descrizioni di strutture, veri e propri monumenti, aspetti amministrativo-giuridici, usi, costumi e folclore. Tale ricostruzione accorata e personale, cede il passo a quella più oggettiva del terzo capitolo nel quale brevemente si riassumono 700 anni di storia dell’ospedale.

La seconda parte inizia con un rappresentativo sogno, quello del ritrovare i familiari e il luogo in cui la protagonista è cresciuta: un luogo immerso nella natura e nella purezza.

Nel sogno sono rappresentati valori importanti quali la famiglia, l’amore filiale, gli insegnamenti e i consigli che solo una madre può dare nonché l’amore per la natura che è vita. Attraverso i ricordi della sua infanzia e giovinezza prima della guerra Elena Di Toro incontra Dio, ascolta le sue parole e accoglie il suo invito alla pace e alla perseveranza nel bene.

Pazienza, speranza, verità, dono. Molto toccante la parte in cui l’Autore vede la protagonista raccontare il distacco dai suoi familiari e lo fa ricordando momenti preziosi di vita, pensieri e discorsi dei suoi genitori, ciò che ho notato è che non usa mai la parola “morte” come a sottolineare che se una vita è dedicata all’amore, la fine non è una calamità perché la fine non esiste proprio, tutto vive in ciò che si continua a fare, nella propria personalità e nella cura per gli altri.

Elena Di Toro è un libro che, innanzitutto, ripercorre tappe importanti di un luogo quale quello dell’Ospedale dell’Annunziata la cui storia è rappresentativa di un’epoca. Vi è all’interno di questa storia, poi, quella della protagonista: una donna di eccezionale virtù che rappresenta emblematicamente la figura dell’infermiera. Non un semplice mestiere ma una vocazione.

E quale potrebbe essere maggiore cura se non quella di dedicarsi a un neonato abbandonato o a uno nato prematuramente le cui condizioni di vita sono precarie? Aveva molto amore da donare Elena Di Toro. Solo grazie a questo suo dono trasmessole da Dio attraverso i suoi genitori è riuscita a portare avanti un impegno così gravoso e splendido nello stesso tempo.

La lettura sembra, a volte, un racconto di altri tempi ma è storia recente. Lo potremmo sentire forse lontano perché oggigiorno fatichiamo a vedere il lato virtuoso della sanità. Una sanità spesso piegata dalla logica manageriale che non sempre rispetta l’etica oppure le necessità del paziente.

Almeno così appare a chi dall’esterno vorrebbe essere accompagnato nella sua malattia con lo stesso amore e dignità con cui la Di Toro seguiva i suoi piccoli, indifesi pazienti. In riferimento al testo, comunque, appare sin da subito un equivoco di fondo che è quello di mescolare idee proprie con realtà altrui, e mi spiego meglio: l’Autore prende spunto sicuramente dalle proprie esperienze lavorative, dalle proprie conoscenze storiche e artistiche e, ovviamente, dalla figura di colei che vuole rendere protagonista del libro e cioè l’infermiera Elena Di Toro. L’equivoco sorge nel momento in cui, leggendo l’introduzione del libro scritta appunto dall’Autore, sembra che il libro voglia raccontare la storia dell’Infermiera però, poi, ci si accorge che il libro è scritto in prima persona.

Quindi nasce nel lettore attento la spontanea domanda di chi stia scrivendo o per conto di chi si stia scrivendo. In realtà non si è preso cura l’autore, Nicola Manna, di trascrivere un diario oppure i pensieri della signorina Di Toro, piuttosto ha estrapolato dalla propria conoscenza e anche dalla figura così buona della Di Toro pensieri che ha riportato in prima persona nella narrazione come se fosse stata lei a scriverli, ma non è così.

Mi corre l’obbligo di fare questa precisazione proprio perché il libro è molto istruttivo e mostra il chiaro intento e la buona fede dell’Autore di proporre un’esposizione in cui si parla di particolari storici importanti, di un ospedale ancora funzionante che ha il suo pregio artistico e, infine, di un ritratto del tutto personale di Elena di Toro.

Se cerchi l’infinito lo troverai nel sorriso di un bambino.

Elena Di Toro, di Nicola Manna, IOD Edizioni, costo €15,00, pp. 190

Maria Paola Battista, Sociologa, editor e giornalista, scrive recensioni di libri e interviste agli autori per varie testate.