Terapia del dolore e ricerca farmacologica

Settembre 1, 2022 by rubrica: Terapia del dolore

Il Professor Consalvo Mattia, direttore del reparto Terapia del Dolore del polo pontino dell’Università La Sapienza di Roma, nonché consulente SIAARTI, Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, ci ha parlato del dolore fra ricerca farmacologica e terapie.

Professore, alla Pain Week lei coordina una tavola rotonda sul dolore, quali sono gli argomenti trattati?

È una tavola rotonda i cui relatori sono farmacologi illustri di vari atenei italiani. Alfonso Papa, presidente di Pain Week, l’ha voluta proprio per rispondere all’invito dell’Associazione Mondiale per lo Studio del Dolore, la IASP, che raggruppa oltre 7 mila medici nel mondo con varie specializzazioni, per affrontare l’argomento cardine di quest’anno della IASP, cioè l’accelerazione del passaggio dalla ricerca farmacologica di base alla clinica. Stiamo vedendo che c’è un grande interesse dei farmacologi e dell’industria nel ricercare nuovi farmaci, nuove molecole, per il trattamento del dolore cronico oncologico e non oncologico, perché c’è una grandissima richiesta da parte dei pazienti, con l’obiettivo di dare una buona qualità di vita alle persone che soffrono di dolore cronico, e quindi nuovi farmaci con ridotti effetti collaterali.

Ci sono farmaci nuovi in fase di sperimentazione finale, o che già sono stati introdotti sul mercato?

Ancora non c’è una novità assoluta. Sta emergendo però una nuova interpretazione del farmaco principe per il trattamento del dolore: gli oppiacei. Si è visto che gli oppiacei non sono tutti uguali e quali di questi danno un maggior contributo all’analgesia, cioè al controllo del dolore, con pochi effetti collaterali, che non vuol dire solo analgesia e niente effetti, ma un miglior bilanciamento fra i due aspetti. Questo discuteremo coi colleghi durante la tavola rotonda.

Nel campo invece delle tecniche invasive della terapia del dolore interventistica a che punto siamo?

Direi che le tecniche sono sempre invasive o mini-invasive ma meno aggressive, e quindi eseguibili in ambulatori attrezzati, in sicurezza, con la possibilità di poter essere proposte dagli specialisti non come ultima spiaggia, ma come terapia idonea in un determinato momento del percorso del trattamento del dolore.

In base alla sua esperienza, nel proporre una tecnica mini-invasiva, qual è la reazione dei pazienti? Ansia, paura o altro?

Deriva dalla base della terapia del dolore, cioè dal rapporto che deve crearsi fra medico e paziente, per costituire un percorso fatto insieme, e quindi una scelta poi condivisa, proponendo e non imponendo la tecnica.

Come efficacia, quali sono i risultati delle tecniche mini-invasive?

Molto buoni, quando il trattamento è personalizzato per uno specifico paziente, ed è quindi la tecnica giusta per quel paziente, non generalizzata.

L’interesse nei confronti della terapia del dolore è crescente per i giovani?

Qui devo riconoscere che non c’è ancora una adeguata informazione, una sufficiente preparazione durante il corso di laurea su cos’è la terapia del dolore; i giovani colleghi che scelgono Anestesia e Rianimazione come specialità ne vengono a conoscenza, ma neurologi, ortopedici, MMG e altri specialisti non hanno alcuna competenza, in quanto non hanno ricevuto nemmeno una formazione iniziale. Bisognerà lavorare molto su questo, il Ministero sta spingendo molto noi accademici dn alcune università a inserire questo insegnamento, e abbiamo cominciato a farlo, i risultati arriveranno.

Per la sua esperienza è auspicabile una specializzazione in terapia del dolore all’università?

Direi di no, perché la terapia del dolore deve far parte del curriculum di vari specialisti, dobbiamo seguire il modello della IASP; è trasversale. Il paziente deve essere a conoscenza che lo specialista ha cognizioni al riguardo.

E in oncologia, per il dolore cronico oncologico, qual è lo scenario?

Molti passi sono stati fatti nel trattamento del dolore cronico oncologico; ci sono pazienti lungo-sopravviventi al cancro. Per fortuna molte terapie portano alla soluzione del problema oncologico in molti pazienti; però alcuni di questi hanno dolore dovuto agli interventi chirurgici, alla radioterapia, alla chemioterapia, per cui dobbiamo affrontare con gli oncologi anche questo. Sarà forse un argomento su cui lavorare per la prossima edizione della Pain Week

Per quello che riguarda il dolore legato al long covid, che mi può dire?

Che non siamo ancora a conoscenza degli effetti. Dobbiamo raccogliere e scambiare dati, studiare i casi, occorre tempo. Ma anche questa è materia di studio costante e coi colleghi riusciremo, su basi scientifiche, ad arrivare presto a comprendere bene questo nuovo scenario.

Carlo Negriesperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità.

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