Ubuntu: il senso della teoria dei giochi in sociologia.

Settembre 1, 2022 by rubrica: Pensieri e parole

All’inizio degli anni ’40 il matematico, fisico ed informatico ungherese  John von Neumann e l’economista austriaco Oskar Morgenstern pubblicarono il libro Theory of games and economic behavior: nel testo veniva elaborata e discussa la Teoria dei giochi.

I due studiosi, partendo da modelli matematici, cercarono di spiegare il comportamento degli individui quando si trovano in una situazione che può portare alla vincita o alla divisione di qualcosa.

La teoria ha trovato, ed ancora trova, spazio di utilizzo nei più svariati campi: dal gioco, all’economia, alla psicologia, alla sociologia…

Per applicare la teoria dei giochi occorre che ci siano alcuni presupposti:

-gli individui coinvolti devono partecipare alla competizione per raggiungere il massimo risultato ottenibile, in pratica devono giocare per vincere;

-ogni partecipante deve avere, generalmente, un numero finito di decisioni da poter prendere;

-ogni decisione presa durante il gioco comporta delle conseguenze che possono essere positive o negative.

La teoria dei giochi, considerata da una prospettiva squisitamente sociologica, serve a studiare i comportamenti di più individui che possono scegliere di interagire tra di loro in maniera collaborativa o, di contro, in maniera conflittuale: qualunque sia la modalità scelta, l’obiettivo finale deve essere quello di cercare di raggiungere il maggior guadagno /risultato possibile.

Lo sviluppo della theory of games in ambito storico-sociologico è legato alla Guerra Fredda, il lungo e deleterio periodo di rivalità tra Stati Uniti e Russia iniziato dopo la Seconda Guerra Mondiale: in quegli anni si assiste, da un lato, alla correlazione tra crescita tecnologica e capacità strategica statunitense e, dall’altro, allo sviluppo dottrinale della teoria dei giochi.

Negli anni ’50 il socio-biologo americano Robert Ludlow Trivers, conosciuto per gli studi sull’altruismo reciproco e sul conflitto genitore-figlio, teorizzò l’ancora oggi attuale dilemma del prigioniero, strettamente correlato alla theory of games.

Due delinquenti sono destinati alla prigione per aver commesso un crimine: ad entrambi viene chiesto di decidere se collaborare o non collaborare con la giustizia, dichiarando chi di loro sia il colpevole.

La severità della pena dipende dal fatto che uno, entrambi o nessuno dei due dichiari la colpevolezza dell’altro.

In pratica, i due prigionieri devono decidere se cooperare oppure no l’uno con l’altro, ma la scelta, che sembra semplice, in realtà non lo è, perché nessuno dei due malviventi conosce cosa confesserà l’altro.

Nasce, da qui, il paradosso del dilemma del prigioniero: la scelta considerata migliore per i due uomini, potrebbe rivelarsi deleteria e dannosa per entrambi.

Si racconta, ed è bello pensare che sia una storia vera, che un giorno un antropologo propose un gioco ad un gruppo di bambini di una tribù africana; pose una cesta accanto ad un albero e disse ai piccoli che chi di loro fosse arrivato per primo al cesto, avrebbe avuto tutta la frutta in esso contenuta.

Non appena fu dato il segnale di partenza, i bambini si presero per mano ed iniziarono a correre insieme ed insieme raggiunsero la cesta; si sedettero vicini e mangiarono, soddisfatti ed ancora insieme la frutta.

Lo studioso chiese, dunque, loro perché avessero corso tenendosi per mano aiutandosi vicendevolmente, considerato che uno solo di loro avrebbe potuto prendere e mangiare tutta la frutta ed i piccoli risposero, all’unisono, “UBUNTU, come può essere uno felice se tutti gli altri sono tristi?”.

Ubuntu, nel linguaggio africano sub-sahariano, significa “io sono perché noi siamo” e si può tradurre con la frase “umanità verso gli altri”.

Sarebbe bello se il termine UBUNTU proveniente dalla voce polverosa, affamata ed assetata del popolo africano, potesse riecheggiare nelle opulente, civili e troppo egoiste attuali società, rendendo l’umanità capace di utilizzare il lato più nobile della teoria dei giochi ed insegnandole a scegliere la cooperazione invece della conflittualità e la collaborazione invece dell’ostilità.

Il cesto sarebbe più vicino e la frutta in esso contenuta più buona ed appetitosa.

Rosa Maria Bevilacqua, Sociologa, A.O.R.N. “San Giuseppe Moscati”- Avellino, Delegata alla Sanità ASI (Associazione Sociologi Italiani)

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