Un Giapponese… Napoletano

Chiesa della Sacra Famiglia dei Cinesi-Napoli: no, non è l’indirizzo di un edificio della comunità cattolica di Chinatown, bensì è la Chiesa che faceva parte del Complesso dei Cinesi, cioè l’Istituto fondato nel 1724 da Matteo Ripa, missionario per 13 anni in Cina, in una zona sopra il Rione Sanità, in cui il religioso ospitò 4 cinesi che lo avevano seguito a Napoli per insegnar a portare nel loro Paese d’origine la parola del Vangelo.

In questo Istituto oltre al cinese si insegnarono, poi, altre lingue orientali e successivamente questa struttura ha dato vita a quello che attualmente è l’Istituto Universitario Orientale, dove dal 1903 esiste una cattedra di lingua giapponese, presso la quale circa dieci anni dopo arrivò Harukichi Shimoi, un incredibile personaggio, poeta, scrittore, intellettuale e soldato.

Il suo vero nome era Harukichi Inoue, discendente da una famiglia di Samurai rovinata economicamente, ad inizio ‘900, dal passaggio del Giappone da sistema feudale a società moderna e assunse il nuovo cognome, Shimoi, in quanto venne adottato dal ricco suocero.

Harukichi Shimoi

Era un poeta molto noto in Patria quando ebbe occasione di leggere le opere di Dante in inglese, ma poiché la traduzione non lo convinceva, decise di iscriversi alla Scuola di italiano a Tokyo per apprezzarne meglio la bellezza. Ne fu completamente affascinato, se ne innamorò tanto da voler trasferirsi in Italia per studiarlo profondamente e nel 1915 arrivò a Napoli con l’incarico di Lettore presso l’Istituto Orientale.

La città lo travolse con le sue bellezze, girava per i vicoli in compagnia di una guida che gli spiegava caratteri e abitudini locali: si fermava a prendere il caffè e a discutere come ogni buon napoletano seduto al tavolino, imparava la lingua partenopea, faceva escursioni nei dintorni da Sorrento a Pompei ed entrò a far parte di circoli culturali facendo amicizia con Benedetto Croce, traducendo in italiano le poesie giapponesi.

Intanto era scoppiata la Prima Guerra Mondiale e il Giappone si era alleato con l’Italia: nel 1918, forte di un accreditamento diplomatico rilasciato dal suo Paese, incontrò il Comandante in capo dell’esercito italiano, il Generale Armando Diaz, al quale chiese di partecipare al conflitto. In un primo momento agì come corrispondente di guerra, ma poi nel luglio del 1918 riuscì ad arruolarsi come combattente fra le fila dell’esercito ed entrò a far parte degli Arditi, un gruppo d’assalto scelto, che andava all’attacco, precedendo la fanteria, gridando: O la vittoria o tutti accoppati.

Shimoi partecipò alle battaglie del Grappa e a quella del Carso, andando all’attacco con la sua spada insieme ai suoi commilitoni ai quali nelle trincee recitava le poesie del suo Paese e ai quali aveva insegnato un’arte marziale tradizionale della sua famiglia, lo judo, che fu utilizzato nei combattimenti corpo a corpo.

Quando le truppe italiane entrarono in Trento liberata, Shimoi entrò per primo in Piazza Dante, si avvicinò al monumento eretto in omaggio al Poeta e si chinò reverente ai suoi piedi.

Il tranquillo professore dell’Orientale non aveva saputo resistere ad abbracciare la causa italiana, poiché nel suo sangue era presente il codice dei Samurai, fatto di regole di onore, lealtà, moralità, che aveva voluto mettere a disposizione dell’Italia che ormai considerava quasi come la sua seconda Patria.

Finita la guerra non rientrò subito ad insegnare, in quanto aveva fatto amicizia con Gabriele D’Annunzio, innamorato della cultura giapponese, con il quale, avendo assorbito lo spirito napoletano, organizzò una sera uno scherzo durante una cena: il poeta gli chiese di rivolgersi ai presenti pronunciando parole giapponesi a caso come buongiorno, salute, mattino, casa ecc. e D’Annunzio fingeva che erano quelli versi di poesie giapponesi e inventava una traduzione poetica per quelle parole dette sparpagliatamente, suscitando l’ammirazione dei commensali che erano convinti che il poeta conoscesse anche quella lingua orientale.

Insieme decisero, nel 1920, di effettuare un raid aereo Roma-Tokyo, con 11 aeroplani, ma D’Annunzio impegnato nell’impresa dell’occupazione della città di Fiume, che non era stata assegnata all’Italia nei patti del Dopoguerra fra le nazioni vincitrici, rinunciò al raid. Gli aeroplani partirono ma solo quello della coppia Ferrarin-Masiero riuscì a raggiungere Tokyo, accolta trionfalmente, dopo 18.000 km fatti a tappe in 109 ore di volo. Un’impresa incredibile per gli aeroplani di quel tempo.

Shimoi era diventato anche amico di Mussolini, che sosteneva all’inizio l’impresa di D’Annunzio a Fiume, e faceva da messaggero, portando di nascosto la corrispondenza riservata che si scambiavano D’Annunzio e il futuro Duce, superando il blocco che l’esercito italiano aveva messo attorno alla città, per reprimere la ribellione, grazie al suo status diplomatico.

Shimoi prima che si concludesse drammaticamente l’esperienza dannunziana rientrò a Napoli ad insegnare e riprese a frequentare gli artisti napoletani come Di Giacomo, Ferdinando Russo, Libero Bovio, Vincenzo Gemito, stampando anche una rivista, Sakura, che in italiano vuol dire fior di ciliegio, contenente raccolte dell’antica poesia giapponese.

Un giorno, tornando da Roma, prese una carrozzella per andare a trovare il suo amico E.A.Mario, famoso autore di canzoni napoletane come Santa Lucia luntana e di una canzone che aveva unito gli Italiani nella Prima guerra mondiale: La Canzone del Piave. Durante il percorso sentì il vetturino che parlando fra sé e sé in napoletano diceva mò a ‘sta faccia gialla ‘a faccio nova nova, allungo ‘o giro tanto ‘stu scemo nun se ne accorge; arrivato a destinazione il vetturino gli chiese una somma esorbitante per cui Shimoi lo prese per il bavero e gli gridò imprecando con tutte le più volgari espressioni napoletane, al che il vetturino esclamò: chist’ è cchiù napulitano ‘e me!.

Intanto in Italia il Fascismo aveva deciso di prendere il potere anche con la forza e nel 1922 Shimoi, convinto da queste idee rivoluzionarie nelle quali riconosceva quelle del nazionalismo giapponese, partecipò direttamente in camicia nera alla Marcia su Roma.

Essendo amico di Mussolini (lo convincerà addirittura a fare da testimonial per una bevanda analcolica giapponese, la Calpis, per dare un segnale di amicizia) contribuirà a una più stretta alleanza fra Italia e Giappone anche dopo essere tornato in Patria agli inizi degli anni trenta e continuerà ad essere un collegamento fra Roma e Tokyo.

Terminata la Seconda guerra mondiale, Shimoi paga per le sue idee nazionaliste e per la simpatia che aveva avuto verso il Fascismo e quindi viene allontanato dall’insegnamento universitario.

Nel 1952 lo scrittore e giornalista napoletano Giovanni Artieri si reca a Tokyo per vedere la ricostruzione del Paese e cerca di incontrare Shimoi che aveva conosciuto a Napoli ventisei anni prima, quando frequentava i circoli letterari e i giornali, ma non riuscì a trovarlo.

Ma ecco che all’improvviso un giorno sentì bussare alla porta della stanza d’albergo e vide dinanzi a lui Shimoi, che chi sa come aveva saputo del suo arrivo: pioveva e le prime parole del poeta furono. E a Napoli piove come in Giappone nel mese di giugno? Non me lo ricordo più. Artieri era pronto a prendere appunti su ciò che gli avrebbe raccontato Shimoi del Giappone, ma quello gli disse parlando in napoletano ma io sono venuto a parlare di Napoli e gli parlò dei suoi ricordi di Napoli, della sua struggente nostalgia per quella città in cui era sepolta nel Cimitero di Poggioreale la figlia, Fumikò, fiore di pesco, che sarebbe venuto presto a trovare, dopo tanti anni di lontananza.

E raccontò di quando nel 1949 l’Imperatore del Giappone, Hirohito, diventasse per volontà dei vincitori americani un monarca borghese: prima di obbedire agli Americani, per l’ultima volta, l’Imperatore invitò tutti i Principi del Giappone per la cerimonia del tè e a Shimoi fece dire Venga ad allietarci con le sue storie di Napoli in quest’ora triste.

Shimoi era molto conosciuto da Hirohito, avendogli fatto da guida quando da giovane visitò l’Italia, prodigandosi per esaudire il suo desiderio di incontrare D’Annunzio di cui aveva letto Il Trionfo della morte. Il Poeta non concedeva visite ma dinanzi alla richiesta del suo amico camerata samurai, come lo aveva chiamato a Fiume, accettò l’incontro, che poi non avvenne per pressioni politiche.

Intanto continuava a piovere e Shimoi chiese ad Artieri se avesse visto agli angoli della strada sui palchi i suonatori che per tutto il giorno battevano con le loro bacchette e mani sui tamburi: era la festa del Nyubai, quando le lanterne colorate illuminavano le strade, cortei sfilavano allegri e variopinti, e la folla seguiva festante, spingendosi attaccata una dietro l’altra, un tempietto in miniatura, portato a spalla da forti giovanotti. E’ insomma la nostra Piedigrotta disse.

La conversazione continuò con la declamazione da parte di Shimoi dei versi di Salvatore di Giacomo della poesia che richiamava quella festa:

Nannì, so’ doie tre notte ca mme te sto sunnanno, nzuonno te sto abbraccianno e chiacchiareo cu te. Avesse da succedere sta pace a Piedigrotta e mmiezo ‘o votta votta, t’avesse da ‘ncuccià?.

Continuarono a chiacchierare recitando poesie napoletane sulla pioggia che continuava a cadere alle quali Shimoi faceva seguire poesie giapponesi che richiamavano la pioggia.

Chiove… Tutto ‘na vota l’aria s’è fatta scura ’o tiempo se revota, Che lampo!..Che paura!..

Mandiamo una cartolina a qualche amico disse infine Shimoi e scrisse Luntano ‘a Napule non pozzo sta.

Morì poco dopo e non venne più in Italia a salutare la tomba di Fumikò.

Lo studioso di Dante che tanto amava la Divina Commedia, l’Inferno lo aveva veramente visto ad Hiroshima e a Nagasaki.

Sergio Giaquinto, Giurista, già Dirigente Amministrativo della A.O. dei Colli, cultore di Storia e Archeologia.