Violenza di genere: i femminicidi di Ciudad Juarez

Il rapimento e l’assassinio di Giulia Cecchettin avvenuto lo scorso 11 novembre ad opera dell’ex fidanzato ha riportato l’attenzione e lo sdegno delle persone per la violenza di genere e il femminicidio, fenomeni trasversali, non classificabili in un unico segmento, che comprendono tutte le classi sociali, età, etnie, famiglie e generazioni.

Il termine femminicidio, pur non avendo alcuna valenza giuridica, in quanto non c’è alcun riferimento alla nozione nel nostro ordinamento, risulta facilmente intuibile: ogni assassinio di una donna, indipendentemente dalla presenza o meno di una tipologia di legame.

Il neologismo femminicidio è stato citato per la prima volta da Diana Russel, femminista sudafricana sociologa e scrittrice, emigrata prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, che lo coniò a marzo del  1976, durante una campagna contro lo stupro e la misoginia che la vide fra i protagonisti per creare un tribunale internazionale sui crimini contro le donne, che terminò a Bruxelles, con un meeting avente per oggetto il denunciare tutte le forme di discriminazione e di violenza subite dalle donne in tutto il mondo.

Il concetto femminista manifestato inizialmente dalla Russel era stato condiviso già da altre attiviste nel mondo, fra cui l’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde, che lo riprese per denunciare la strage delle donne di Ciudad Juàrez.

Ciudad Juàrez è una cittadina messicana nello Stato del Chihuahua, al confine con gli Stati Uniti, gemellata con El Paso in Texas, rinominata dagli abitanti locali il cimitero delle donne.

La procura dello Stato dichiarò nel 2010 che 270 giovani donne erano state brutalmente torturate e uccise nella regione di Chihuahua, di cui 247 assassinate a Ciudad Juàrez. L’anno successivo, nel mese di agosto, Carlos Manuel Salas, al tempo Procuratore generale dello Stato di Chihuahua, dichiarò che dal gennaio di quell’anno 222 donne erano scomparse, delle quali 130 furono uccise a Ciudad Juàrez.

I dati ufficiali della polizia locale riportano dal 1993 al 2010, ben 941 assassini di giovani donne, sempre che siano stati comunicati dati veritieri, cosa che appare improbabile in base alla tendenza delle autorità a ignorare o fingere di non vedere gli accadimenti nella cittadina.

Il numero appare assai lontano da quello reale, in quanto si stima che dal 1993 siano più di 4500 le donne assassinate, includendo anche quelle scomparse e mai ritrovate. Le autorità messicane hanno sempre insabbiato e sminuito le notizie relative alla violenza di genere, stupri, torture e omicidi nei confronti del genere femminile.

Ciudad Juàrez è sempre stata nota per povertà e criminalità diffusa; tutte le vittime avevano età e caratteristiche somatiche comuni: molto giovani, alcune appena adolescenti, fra i 13 e i 27 anni, di bassa statura, stesso colore della pelle e lunghi capelli neri, fisico minuto, prevalentemente operaie delle fabbriche presenti sul territorio, le cd. maquilas, ovvero società a capitale interamente straniero ed esentasse, che assembla materiale importato in Messico per creare prodotti poi esportati in altri paesi.

I primi corpi di giovani brutalmente uccise vennero ritrovati agli inizi degli anni ’90, sotterrati nel deserto, e alcuni di questi mutilati. Le donne venivano inizialmente rapite durante il tragitto da e per la fabbrica, e poi tenute in ostaggio, torturate e stuprate, e infine uccise, in quanto il ritrovamento dei corpi, se reperiti, avveniva molto dopo la denuncia di scomparsa o di sequestro alla polizia da parte delle famiglie.

La numerosità dei cadaveri reperiti (oltre 450) e delle desaperacidos, ragazze scomparse (600) nel periodo che va dal 1993 ai giorni nostri fa escludere che le giovani siano state vittima di un serial killer, ma piuttosto opera di una sorta di confraternita criminale, una setta ben strutturata e organizzata dedita al compimento di questi delitti a sfondo sessuale, con l’appoggio di esponenti deviati delle autorità, poliziotti corrotti e criminali dei narcos.

Il modus operandi degli assassini segue un copione comune: le giovani, povere e disagiate, vengono avvicinate e rapite, trattenute in custodia e stuprate ripetutamente, torturate, spesso mutilate, e infine uccise e seppellite in periferia, nel deserto a Campo Algodonero.

Nonostante il tentativo di minimizzare la strage delle giovani donne da parte delle autorità locali, il fenomeno appare più una macabra consuetudine locale e tutt’oggi poco si è fatto al riguardo, nonostante le denunce di associazioni non governative come Nuestrashijas de regreso a casa, fondata nel 2001 da Marisela Ortiz Rivera e Norma Andrade, costituita da madri, familiari e amici delle vittime di femminicidio di Ciudad Juarez; del film Bordertown scritto e diretto da Gregory Nava che ha come attori protagonisti Antonio Banderas, Jennifer Lopez e Martin Sheen, e i molti libri pubblicati al riguardo, fra cui va citato Ossa nel deserto, del giornalista investigativo e scrittore messicano Sergio Gonzalez Rodriguez pubblicato nel 2002, in cui narra del narcotraffico, degli episodi di violenza e dei delitti seriali accaduti nella città di frontiera fra Messico e Stati Uniti, nonché da molti documentari d’inchiesta disponibili sul canale YouTube, fra i quali citiamo Documental feminicidio en el desierto (2003), Vida y muerte en Juarez: un dia con los recolectores de cuerpos(2009), Mujeres de Juarez (2016), Norma Andrade: justicias para los feminicidio sen Ciudad Juarez (2018).

<<La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne che si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché>> Michela Murgia

Carlo Negri, esperto di marketing farmaceutico e comunicazione in Sanità.

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